Sembra un azzardo, ma in fin dei conti è una mossa piuttosto scaltra.
Ryan Adams è un cantautore statunitense, uno dei massimi esponenti dell'evoluzione country degli ultimi anni, con una carriera che nonostante la sua giovane età (classe '74), conta oltre 13 dischi e riconoscimenti invidiabili ai più.
Esce in queste settimane il suo ultimo disco 1989, non un semplice disco di cover, ma la cover di un disco. Si tratta di un tributo alla principessa del country pop Taylor Swift, una che ha dimostrato di saperci fare prima dominando il suo genere nativo, il country appunto, poi conquistando il mondo del pop mondiale.
Adams coverizza per intero il suo album più celebre, uscito poco più di un anno fa, spogliando i brani delle loro vesti più sintetiche e confezionandoli in puro stile anni '80.
L'operazione è piuttosto riuscita, a tratti regalando vere perle, tanto da fare il giro del mondo in poche ore. La stessa Swift si dice entusiasta e parla di Adams come di una grande fonte d'ispirazione per la sua carriera.
Di certo questo disco piacerà agli amanti di Adams (soprattutto quelli meno affetti da pregiudizi snob) sia per gli arrangiamenti sia per l'evidente qualità compositiva dei brani. Piacerà anche ai giovani seguaci di Taylor Swift che si ritroveranno a cantare testi ben conosciuti in canzoni che ricordano atmosfere ben lontane dalle loro età.
Insomma un'azzardo riposto bene.
Spazio aperto per tutti! Un luogo dove condividere notizie, consigli, recensioni, pensieri, progetti e musica! Il Concerto per un Amico attivo tutto l'anno! Vuoi diventare autore del blog? contattaci!
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martedì 29 settembre 2015
sabato 16 maggio 2015
Cursed - If I Die Today (2015)
Ricevere l'invito ad un concerto segreto è sempre una cosa gradita, specie se questo avviene per la presentazione di un disco, ultimo parto in casa If I Die Today!
La serata è stata decisamente piacevole, non solo per i tanti vecchi amici che ho potuto rivedere, ma anche per lo spettacolo offertoci, a partire dei The Buckle, con il loro carattere crudo e puro.
Un bel segno d'amicizia tra musicisti di vecchia data, insieme per l'ennesimo passo musicale che tornano a condividere.
La serata è partita con una piccola apertura del duo albese, mentre i padroni di casa hanno snocciolato brano dopo brano l'intero disco.
Il concerto, in pieno stile hardcore, niente palco e pubblico faccia a faccia alla band, è stata l'ennesima conferma della grande capacità degli IIDT di tenere la scena. Niente fronzoli, poche parole e sotto con la musica, potente, spavalda e aggressiva.
Marco si conferma un frontman navigato, il perfetto anello tra la band e il pubblico, cosa non da poco se si considera una scaletta completamente inedita.
Crused offre un repertorio che non concede tregua e lo stesso emerge dal disco, nero fin dalla copertina, come la musica che contiene, come il libretto che nasconde la frase chiave di tutta la produzione: Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso.
La citazione è di quelle nobili, John Milton, il poeta seicentesco che in "Paradise Lost" narra l'episodio biblico di Adamo ed Eva e l'epopea di Satana.
Bella la grafica e bello anche il contenuto, a partire dalla qualità sonora non scontata, con alcune scelte che caratterizzano la produzione, cosa auspicabile in un oceano di dischi dai suoni identici.
Sorprende infatti una scelta nei suoni di chitarra piuttosto chiara, che esalta il lato più heavy delle canzoni, vera svolta musicale degli IIDT.
Pesanti riff che spaziano dall'hard rock allo stoner, sfumature metal e, a mio parere, un forte accento southern (vedi Patrick su tutte).
Si sono rallentati i ritmi (ennesimo ottimo lavoro di Dudu con manforte di Morgan alle 4 corde) ma non ci sono compromessi che facciano gridare allo stravolgimento, anche se a fine disco, inaspettato, arriva la title track che prende le distanze da tutto il resto (rallentando ancora) e capitola con una pesantissima marcia dal finale assodato: Darkness has come...
Gli IIDT partiranno a breve con il loro tour, un'occasione che consiglio vivamente a tutti gli appassionati, a partire dal Nuvolari il 9 di giugno.
La serata è stata decisamente piacevole, non solo per i tanti vecchi amici che ho potuto rivedere, ma anche per lo spettacolo offertoci, a partire dei The Buckle, con il loro carattere crudo e puro.
Un bel segno d'amicizia tra musicisti di vecchia data, insieme per l'ennesimo passo musicale che tornano a condividere.
La serata è partita con una piccola apertura del duo albese, mentre i padroni di casa hanno snocciolato brano dopo brano l'intero disco.
Il concerto, in pieno stile hardcore, niente palco e pubblico faccia a faccia alla band, è stata l'ennesima conferma della grande capacità degli IIDT di tenere la scena. Niente fronzoli, poche parole e sotto con la musica, potente, spavalda e aggressiva.
Marco si conferma un frontman navigato, il perfetto anello tra la band e il pubblico, cosa non da poco se si considera una scaletta completamente inedita.
Crused offre un repertorio che non concede tregua e lo stesso emerge dal disco, nero fin dalla copertina, come la musica che contiene, come il libretto che nasconde la frase chiave di tutta la produzione: Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso.
La citazione è di quelle nobili, John Milton, il poeta seicentesco che in "Paradise Lost" narra l'episodio biblico di Adamo ed Eva e l'epopea di Satana.
Bella la grafica e bello anche il contenuto, a partire dalla qualità sonora non scontata, con alcune scelte che caratterizzano la produzione, cosa auspicabile in un oceano di dischi dai suoni identici.
Sorprende infatti una scelta nei suoni di chitarra piuttosto chiara, che esalta il lato più heavy delle canzoni, vera svolta musicale degli IIDT.
Pesanti riff che spaziano dall'hard rock allo stoner, sfumature metal e, a mio parere, un forte accento southern (vedi Patrick su tutte).
Si sono rallentati i ritmi (ennesimo ottimo lavoro di Dudu con manforte di Morgan alle 4 corde) ma non ci sono compromessi che facciano gridare allo stravolgimento, anche se a fine disco, inaspettato, arriva la title track che prende le distanze da tutto il resto (rallentando ancora) e capitola con una pesantissima marcia dal finale assodato: Darkness has come...
Gli IIDT partiranno a breve con il loro tour, un'occasione che consiglio vivamente a tutti gli appassionati, a partire dal Nuvolari il 9 di giugno.
martedì 7 aprile 2015
Two Gallants - What the Toll Tells (2006)
Saranno i postumi del viaggio in Irlanda, il verde acceso delle colline che aciuganavo al sole o lo 'svacco' culinario e fisico della giornata di ieri, ma più più volte ho pensato a questo disco come plausibile colonna sonora delle ore che passavano.
In effetti un qualche cosa a che fare con l'irlanda i Two Gallants ce l'hanno: il loro nome è tratto dal racconto Gente di Dublino di James Joyce.
A pensarci bene anche il carattere folk del disco si sposa bene con lo stile bucolico che ha caratterizzato il mio dopo Pasqua.
Se poi forziamo un po' anche il fatto che siano californiani, che ci siano parti di armonica e lunghe ballate appoggiate ad arpeggi pizzicati su chitarre acustiche, bé, un po' di "svacco" ce lo possiamo immaginare!
Di certo è che i Two Gallants sono e restano un duo straordinario nella loro semplicità e questo disco è così ricco da essere perfetto per tante occasioni, comprese le Pasquette bucoliche tra braciole e buon vino (e birra)!
Il disco in questione è What the Toll Tells, del 2006, fondamentalmente perchè la canzone che mi girava in testa era Threnody in Minor B, con tutte le sue contaminazioni.
Folk, Country, Punk, Rock e Blues, tutto mescolato e spremuto da nove canzoni che non si appoggiano a grandi produzioni, ma che hanno quel sapore genuino e un po' grazzo che si nasconde nelle cose fatte con devozione, senza l'ansia del dover sembrare perfette.
In effetti un qualche cosa a che fare con l'irlanda i Two Gallants ce l'hanno: il loro nome è tratto dal racconto Gente di Dublino di James Joyce.
A pensarci bene anche il carattere folk del disco si sposa bene con lo stile bucolico che ha caratterizzato il mio dopo Pasqua.
Se poi forziamo un po' anche il fatto che siano californiani, che ci siano parti di armonica e lunghe ballate appoggiate ad arpeggi pizzicati su chitarre acustiche, bé, un po' di "svacco" ce lo possiamo immaginare!
Di certo è che i Two Gallants sono e restano un duo straordinario nella loro semplicità e questo disco è così ricco da essere perfetto per tante occasioni, comprese le Pasquette bucoliche tra braciole e buon vino (e birra)!
Il disco in questione è What the Toll Tells, del 2006, fondamentalmente perchè la canzone che mi girava in testa era Threnody in Minor B, con tutte le sue contaminazioni.
Folk, Country, Punk, Rock e Blues, tutto mescolato e spremuto da nove canzoni che non si appoggiano a grandi produzioni, ma che hanno quel sapore genuino e un po' grazzo che si nasconde nelle cose fatte con devozione, senza l'ansia del dover sembrare perfette.
sabato 10 gennaio 2015
Thebuckle
Se si ama la musica quel tanto che basta per seguirne le evoluzioni negli anni, spaziando tra generi e culture diverse, non si può non accorgersi della ciclicità delle cose.
Come nelle mode, nei gusti e nell'arte, si è soggetti ad una ritualità fatta di riscoperte, contaminazioni, esplosioni e derive che ruotano attorno alla società che cambia meno rapidamente ma più radicalmente.
Per capirci, se ritornano i pantaloni a vita alta, il gusto per il vinile e le sonorità anni '70, difficilmente ritorneremo alle infinite ferie estive al mare, al boom economico e ai valori hippy.
Per questo motivo è molto più facile per noi, divoratori onnivori di musica, dannatamente convinti che la discriminazione (o pregiudizio) musicale sia un limite e non un vanto, restare sull'argine e veder passare i cadaveri degli Dei del momento, per poi vederli tornare con altre vesti e risalire la corrente per riconquistarsi la scena perduta.
Così il vecchio rock, nella sua deriva più ruvida ed estrema, cede alle lusinghe del progresso, dei suoni standard, della potenza esaltata ed appiattita dei trigger, mentre il figlio più fighetto, quell'indie che spesso strizzava l'occhio alle mode e si comportava da snob (per nulla dandy come direbbe Paolo Conte), torna alle origini, mettendo da parte i lustrini e riscopre il valore degli strumenti, dei suoni generati e non sostituiti.
Capità così che chi continua a picchiare sullo stesso tasto fregandosene dei vari cicli, si ritrivi nel posto giusto al momento giusto, come la camicia di flanella a quadretti che è rimasta sulle mie spalle come eredità dal tempo dei paninari, sfoggiata nell'era grunge, sopportata tra i nerd e oggi rilanciata dagli hipster... ma infondo da me indossata perchè mi piace.. punto.
Sopportando i periodi oscuri, cercando di mettere il naso fuori in mezzo ad un mondo spesso troppo distante, cambiando pelle e restando i soliti, oggi tornano due personaggi che di musica ne hanno fatta parecchia: Andrea e Maxim oggi sotto il nome di THEBUCKLE, ieri ex Kessler e soprattutto ex Unwelcome.
Cosa cambia? Molto e nulla.
In effetti a grandi linee il carattere, lo stile e l'atmosfera è la solita, anche i suoni non scendono a compromessi, tanto da trascinarti ai primi anni '90, a quando le cassette facevano ancora a pugni con i cd, soprattutto sui demo-tepe autoprodotti, prima di finire ko per sempre.
Non cambia la psichedelia dei riff insistenti e monotoni, fatti da poche note sapientemente inserite per martellare le meningi e farti desiderare un'apertura che arriva come una boccata d'ossigeno... insomma quel mondo a me tanto caro del crossover vecchio stampo. (vedi la traccia 4: Hold, bellissima!)
Oggi cambia tutto però, perchè il periodo è mutato, perchè stanno tornando i suoni sporchi e spesso anche le band di quegli anni. Alcuni cercano di inserirsi nello stile del momento, utilizzare la potenza effimera dei nuovi studi che li spalmano su dischi patinati come le ragazze da copertina, talmente belle da sembrare finte... Altri ripartono da dove avevano lasciato (vedi i Downset su tutti ), quasi riprendessero gli strumenti con tanto di polvere e valvole incrostate!
Questa volta i THEBUCKLE centrano il periodo, perchè a quanto detto si aggiungono fortissime tonalità stoner (il rifugio di ogni metallaro che non sopporta i modernismi), una ruvidità che è tipica di alcuni ambienti musicali oggi in crescita e soprattutto si offrono come alternativa ad un mondo che un po' comincia a puzzare e lo fanno senza sembrare un ripiego nostalgico, ma un nuovo incontro!
Il disco è ascoltabile su ROCKIT, mentre il video lo pubblico qui sotto:
Come nelle mode, nei gusti e nell'arte, si è soggetti ad una ritualità fatta di riscoperte, contaminazioni, esplosioni e derive che ruotano attorno alla società che cambia meno rapidamente ma più radicalmente.
Per capirci, se ritornano i pantaloni a vita alta, il gusto per il vinile e le sonorità anni '70, difficilmente ritorneremo alle infinite ferie estive al mare, al boom economico e ai valori hippy.
Per questo motivo è molto più facile per noi, divoratori onnivori di musica, dannatamente convinti che la discriminazione (o pregiudizio) musicale sia un limite e non un vanto, restare sull'argine e veder passare i cadaveri degli Dei del momento, per poi vederli tornare con altre vesti e risalire la corrente per riconquistarsi la scena perduta.
Così il vecchio rock, nella sua deriva più ruvida ed estrema, cede alle lusinghe del progresso, dei suoni standard, della potenza esaltata ed appiattita dei trigger, mentre il figlio più fighetto, quell'indie che spesso strizzava l'occhio alle mode e si comportava da snob (per nulla dandy come direbbe Paolo Conte), torna alle origini, mettendo da parte i lustrini e riscopre il valore degli strumenti, dei suoni generati e non sostituiti.
Capità così che chi continua a picchiare sullo stesso tasto fregandosene dei vari cicli, si ritrivi nel posto giusto al momento giusto, come la camicia di flanella a quadretti che è rimasta sulle mie spalle come eredità dal tempo dei paninari, sfoggiata nell'era grunge, sopportata tra i nerd e oggi rilanciata dagli hipster... ma infondo da me indossata perchè mi piace.. punto.
Sopportando i periodi oscuri, cercando di mettere il naso fuori in mezzo ad un mondo spesso troppo distante, cambiando pelle e restando i soliti, oggi tornano due personaggi che di musica ne hanno fatta parecchia: Andrea e Maxim oggi sotto il nome di THEBUCKLE, ieri ex Kessler e soprattutto ex Unwelcome.
Cosa cambia? Molto e nulla.
In effetti a grandi linee il carattere, lo stile e l'atmosfera è la solita, anche i suoni non scendono a compromessi, tanto da trascinarti ai primi anni '90, a quando le cassette facevano ancora a pugni con i cd, soprattutto sui demo-tepe autoprodotti, prima di finire ko per sempre.
Non cambia la psichedelia dei riff insistenti e monotoni, fatti da poche note sapientemente inserite per martellare le meningi e farti desiderare un'apertura che arriva come una boccata d'ossigeno... insomma quel mondo a me tanto caro del crossover vecchio stampo. (vedi la traccia 4: Hold, bellissima!)
Oggi cambia tutto però, perchè il periodo è mutato, perchè stanno tornando i suoni sporchi e spesso anche le band di quegli anni. Alcuni cercano di inserirsi nello stile del momento, utilizzare la potenza effimera dei nuovi studi che li spalmano su dischi patinati come le ragazze da copertina, talmente belle da sembrare finte... Altri ripartono da dove avevano lasciato (vedi i Downset su tutti ), quasi riprendessero gli strumenti con tanto di polvere e valvole incrostate!
Questa volta i THEBUCKLE centrano il periodo, perchè a quanto detto si aggiungono fortissime tonalità stoner (il rifugio di ogni metallaro che non sopporta i modernismi), una ruvidità che è tipica di alcuni ambienti musicali oggi in crescita e soprattutto si offrono come alternativa ad un mondo che un po' comincia a puzzare e lo fanno senza sembrare un ripiego nostalgico, ma un nuovo incontro!
Il disco è ascoltabile su ROCKIT, mentre il video lo pubblico qui sotto:
domenica 12 ottobre 2014
Kings Of Leon - Mechanical Bull (2013)
La scelta di un passo indietro, pur col giusto spostamento a lato conferisce ai Kings of Leon lo scettro di grande band, cosa piuttosto sorprendente dopo il disco precedente che aveva fatto storcere il naso ai fans più integralisti, portandoli su una strada accidentata.
Per essere una formazione famigliare (3 fratelli più un cugino), non manca certo l'ispirazione ai quattro del Tennessee, che pur restando nel mondo dell'Alternative rock (sempre meno alternativo) non abbandonano le loro radici southern (guai a farlo!).
Mechanical Bull è un bellissimo disco, con la peculiarità di essermi piaciuto fin dal primo ascolto, cosa mai troppo positiva e sintomo di un probabile rigetto imminente.
Accade invece il contrario, la grande varietà dei brani, sapientemente mescolati in una tracklist avvincente, allontana qualsiasi possibile senso di nausea. La docezza delle linee vocali si accomoda ai pochi compromessi strumentali, elemento che più si ancora al glorioso passato di Only by the Night pur rivendicando la maturità e il mestiere degli ultimi e più famosi lavori.
La qualità di questo disco si misura in canzoni, con pochissimi anelli deboli (se ci sono...) e tantissimi anelli forti, che restano in testa e si fanno desiderare, con la forza della semplicità che paga nell'immediatezza e della qualità che garantisce un ottimo ascolto futuro!
Per essere una formazione famigliare (3 fratelli più un cugino), non manca certo l'ispirazione ai quattro del Tennessee, che pur restando nel mondo dell'Alternative rock (sempre meno alternativo) non abbandonano le loro radici southern (guai a farlo!).
Mechanical Bull è un bellissimo disco, con la peculiarità di essermi piaciuto fin dal primo ascolto, cosa mai troppo positiva e sintomo di un probabile rigetto imminente.
Accade invece il contrario, la grande varietà dei brani, sapientemente mescolati in una tracklist avvincente, allontana qualsiasi possibile senso di nausea. La docezza delle linee vocali si accomoda ai pochi compromessi strumentali, elemento che più si ancora al glorioso passato di Only by the Night pur rivendicando la maturità e il mestiere degli ultimi e più famosi lavori.
La qualità di questo disco si misura in canzoni, con pochissimi anelli deboli (se ci sono...) e tantissimi anelli forti, che restano in testa e si fanno desiderare, con la forza della semplicità che paga nell'immediatezza e della qualità che garantisce un ottimo ascolto futuro!
mercoledì 10 settembre 2014
Ben Howard - Every Kingdom (2011)
Forse aveva bisogno di decantare… dopotutto la prima volta che ascoltai questo disco, retaggio di una scorribanda nel mondo del folk britannico, citato da molti come perla di un nuovo astro nascente, il mio giudizio fu abbastanza spietato.
L'aroma pop che emanavano le canzoni mi sembrava troppo caratterizzante in un momento dove trovavo esaltanti vecchie filastrocche e nenie popolari. Inoltre avevo fatto abbuffate di prodezze legate al fingerpicking, con le orecchie fumanti per meraviglie che vibravano sulle corde di artisti tipo Andy McKee e Erik Mograin.
Se aggiungiamo poi, che in più di una recensione era stato evidenziato un parallelo con Nick Drake, il cui solo nome riesce ad affamarmi, le mie aspettative erano decisamente esagerate.
Oggi tra un temporale e l'altro mi ritrovo davanti questo disco e decido finalmente di "ristapparlo", con la svogliata sensazione di farlo più per comodità che per giustizia.
Lontano dai paragoni e con l'orecchio meno compromesso, ecco emergere tutta la magia che non avevo colto, legata all'insieme degli ingredienti e non alla loro singolarità.
Ben Howard è molto giovane (classe 1987) e questo emerge sporadicamente dalle sue canzoni che a primo impatto sembrano invece fin troppo "navigate". Questo va ben compreso e non semplicemente confuso con la più banale e scontata leggerezza nel volersi ammiccare l'ondata folk rock moderna.
Certo ora mi sembrano più sensati alcuni paragoni ma la cosa che più affascina è l'armonia che questo disco custodisce, basata su linee semplici ma non scontate, malinconiche ma non tristi, brillanti ma non allegre.
Insomma, dopo due anni mi ritrovo ad apprezzare un disco che avevo scartato, a ricredermi su un giudizio affrettato e a godere di una nuova scoperta. Alla faccia della coerenza a tutti costi!
L'aroma pop che emanavano le canzoni mi sembrava troppo caratterizzante in un momento dove trovavo esaltanti vecchie filastrocche e nenie popolari. Inoltre avevo fatto abbuffate di prodezze legate al fingerpicking, con le orecchie fumanti per meraviglie che vibravano sulle corde di artisti tipo Andy McKee e Erik Mograin.
Se aggiungiamo poi, che in più di una recensione era stato evidenziato un parallelo con Nick Drake, il cui solo nome riesce ad affamarmi, le mie aspettative erano decisamente esagerate.
Oggi tra un temporale e l'altro mi ritrovo davanti questo disco e decido finalmente di "ristapparlo", con la svogliata sensazione di farlo più per comodità che per giustizia.
Lontano dai paragoni e con l'orecchio meno compromesso, ecco emergere tutta la magia che non avevo colto, legata all'insieme degli ingredienti e non alla loro singolarità.
Ben Howard è molto giovane (classe 1987) e questo emerge sporadicamente dalle sue canzoni che a primo impatto sembrano invece fin troppo "navigate". Questo va ben compreso e non semplicemente confuso con la più banale e scontata leggerezza nel volersi ammiccare l'ondata folk rock moderna.
Certo ora mi sembrano più sensati alcuni paragoni ma la cosa che più affascina è l'armonia che questo disco custodisce, basata su linee semplici ma non scontate, malinconiche ma non tristi, brillanti ma non allegre.
Insomma, dopo due anni mi ritrovo ad apprezzare un disco che avevo scartato, a ricredermi su un giudizio affrettato e a godere di una nuova scoperta. Alla faccia della coerenza a tutti costi!
lunedì 21 luglio 2014
Damon Albarn - Everyday Robots (2014)
Da Damone Albarn non sai mai cosa aspettarti, ma se nella vita privata questo ha un'accezzione spesso negativa, nella sua musica il dubbio insidia esclusivamente in un terreno florido e positivo.
Dopo una carriera che lo consacra tra i gradi del Brit Pop con i Blur, Albarn non è mai rimasto fermo, creando progetti innovativi (Gorillaz; The Good, the Bad & the Queen) e occupandosi di composizione, sia per spettacoli che per colonne sonore.
Questo non è il primo lavoro a portare la sua firma solista, ma è forse il suo lavoro più personale ed intimo. Registrato in giro per il mondo con la collaborazione di tanti personaggi noti (Richard Russell, Brian Eno, Natasha Khan), mantiene una forte impronta personale, riconducibile in tutto e per tutto al suo stile.
In Everyday Robots ci sono tutti i lati oscuri che accompagnano da sempre Albarn, quelle atmosfere che iniziavano a condizionare gli ultimi lavori dei Blur, quella ricerca di sonorità gospel e afro e quell'elettronica che nei Gorillaz dominava.
Si tratta di un disco molto riflessivo, dal senso ipnotico che non annoia mai e che, anzi, stimola l'ascolto man mano lo si conosce.
Dopo una carriera che lo consacra tra i gradi del Brit Pop con i Blur, Albarn non è mai rimasto fermo, creando progetti innovativi (Gorillaz; The Good, the Bad & the Queen) e occupandosi di composizione, sia per spettacoli che per colonne sonore.
Questo non è il primo lavoro a portare la sua firma solista, ma è forse il suo lavoro più personale ed intimo. Registrato in giro per il mondo con la collaborazione di tanti personaggi noti (Richard Russell, Brian Eno, Natasha Khan), mantiene una forte impronta personale, riconducibile in tutto e per tutto al suo stile.
In Everyday Robots ci sono tutti i lati oscuri che accompagnano da sempre Albarn, quelle atmosfere che iniziavano a condizionare gli ultimi lavori dei Blur, quella ricerca di sonorità gospel e afro e quell'elettronica che nei Gorillaz dominava.
Si tratta di un disco molto riflessivo, dal senso ipnotico che non annoia mai e che, anzi, stimola l'ascolto man mano lo si conosce.
martedì 3 giugno 2014
KORN – The Paradigm Shift (2013)
Ascoltare un nuovo disco dei Korn, per me, è come rincontrare un vecchio amico, dopo un primo imbarazzo dovuto alla lontananza, si ritrova subito lo spirito che ci univa.
Mai come questa volta il ritrovarsi è stato piacevole, non solo per la formazione quasi originale dopo il reintegro di Head, ma anche perchè la lontananza è durata parecchi anni...
In realtà non li ho mai abbandonati ma la dipendenza che i primi due dischi mi avevano causato era diventata una voglia con i successivi quattro e una semplice curiosità negli ultimi.
Lo stile che mi aveva stravolto la vita (musicale), strappandomi dal metal classico e influenzando per sempre il mio modo di suonare, dariva dal loro primo album omonimo del 1994, ariete che mi spalancò le porte delle contaminazioni musicali.
Oggi ascoltando The Paradigm Shift non risento quel trasporto ma un certo appetito torna a far capolino proprio in un settore che stavo trascurando.
Il merito credo sia dell'energia scaturita dal ritorno di Head e dai soliti demoni che a tratti tornano ad affollare lo spirito inquieto di Davis, due ingredienti che ne la rivoluzione dubstep, ne il talento smisurato di Ray Luzier avevano saputo rimpiazzare.
Certo manca quell'innovazione che ti aspetteresti da un undicesimo album presentato come rivoluzionario e personalmente sento tantissimo la mancanza di Siveria e del suo groove funky, ma questo disco mantiene la promessa di un ritorno al passato, troppo spesso sbandierato e mai celebrato a questi livelli.
In ordine cronologico potrebbe tranquillamente essere il successore di Take a Look in the Mirror, forese più imparentato con Untouchables, ma non sfigurerebbe nemmeno di fronte a Follow the Leader.
Insomma, i Korn sono tornati e questa volta per davvero, non si tratta di una semplice telefonata di cortesia, questa volta l'incontro è fisico, tra pacce sulle spalle e cazzotti in faccia!
Mai come questa volta il ritrovarsi è stato piacevole, non solo per la formazione quasi originale dopo il reintegro di Head, ma anche perchè la lontananza è durata parecchi anni...
In realtà non li ho mai abbandonati ma la dipendenza che i primi due dischi mi avevano causato era diventata una voglia con i successivi quattro e una semplice curiosità negli ultimi.
Lo stile che mi aveva stravolto la vita (musicale), strappandomi dal metal classico e influenzando per sempre il mio modo di suonare, dariva dal loro primo album omonimo del 1994, ariete che mi spalancò le porte delle contaminazioni musicali.
Oggi ascoltando The Paradigm Shift non risento quel trasporto ma un certo appetito torna a far capolino proprio in un settore che stavo trascurando.
Il merito credo sia dell'energia scaturita dal ritorno di Head e dai soliti demoni che a tratti tornano ad affollare lo spirito inquieto di Davis, due ingredienti che ne la rivoluzione dubstep, ne il talento smisurato di Ray Luzier avevano saputo rimpiazzare.
Certo manca quell'innovazione che ti aspetteresti da un undicesimo album presentato come rivoluzionario e personalmente sento tantissimo la mancanza di Siveria e del suo groove funky, ma questo disco mantiene la promessa di un ritorno al passato, troppo spesso sbandierato e mai celebrato a questi livelli.
In ordine cronologico potrebbe tranquillamente essere il successore di Take a Look in the Mirror, forese più imparentato con Untouchables, ma non sfigurerebbe nemmeno di fronte a Follow the Leader.
Insomma, i Korn sono tornati e questa volta per davvero, non si tratta di una semplice telefonata di cortesia, questa volta l'incontro è fisico, tra pacce sulle spalle e cazzotti in faccia!
martedì 1 aprile 2014
Enter Night
Sono decine le biografie più o meno ufficiali della band, ma questa, scritta da Mick Wall, giornalista musicale che ha passato la sua vita on the road con le più importanti formazioni della storia del rock, scava profondamente nella vita di chi ha fatto parte dei Metallica.
Non si limita a ripercorrerne la storia, a svelarne gli eccessi o a celebrarne il mito, ma racconta da tanti punti di vista quella che per certi versi è la più straordinaria storia di una metal band.
Passo dopo passo, con la sorte sempre in bilico tra buona e cattiva, trainati dall'infinita volontà di Lars Ulrich e dal talento smisurato di James Hatfield, si compie un percorso che lega personalità differenti, spesso in contrasto, spesso fragili e affascinanti.
Wall pubblica un libro fedele ai fatti, mai eccessivamente lusinghiero, spesso critico con le scelte dei protagonisti ed onesto nelle riflessioni.
Traspare la profonda conoscenza del periodo che riguarda gli anni '80, su cui si concentra gran parte della pubblicazione, per affrontare gli anni successivi con le basi necessarie a comprendere i tanti aspetti di un mercato in continua evoluzione, proprio nel momento più ricco di stravolgimenti, dalla globalizzazione della distribuzione all'avvento di Internet.
Enter Night è un ottimo libro per conoscere meglio la storia del thrash metal ma lo è altrettanto per appassionarsi alla storia personale di uomini travolti dalla vita e dalle sue sfide, scandita da album che hanno fatto la storia, nel bene e nel male, spesso influenzati dalle personalità di chi ha firmato i brani.
Grazie a Liz per questo regalo, decisamente apprezzato!
mercoledì 26 marzo 2014
La musica è... sparita!
Brutte notizie in casa Linea 77, a pochi giorni dall'attesa pubblicazione di C'eravamo tanto Armati ecco comparire sulla loro pagina Facebook questa comunicazione:
Purtroppo questa è una brutta notizia.
Una di quelle che non avremmo mai voluto scrivere.
Saltiamo i giri di parole e andiamo al punto:
Il nostro nuovo Ep “C’Eravamo Tanto Armati” non esiste più.
Una settimana fa, esattamente nella sera di lunedi 17 Marzo, un calo di tensione ha mandato in corto circuito l’impianto elettrico della palazzina dove stavamo lavorando. I 2 hard disk che contenevano il premaster del nuovo Ep “C’eravamo Tanto Armati” erano in funzione per il classico backup giornaliero. Si sono bruciati entrambi all’istante. E’ stato un attimo. Il tempo di una scintilla. Presa elettrica fumante. Alimentatori bruciati. Hard disk fottuti.
Ovviamente li abbiamo portati immediatamente in un centro assistenza per il recupero dati. Li hanno tenuti per 3 giorni, ed effettuato tutti i test possibili e immaginabili, ma il referto finale del laboratorio non ha lasciato dubbi. “I dati contenuti negli hard disk non sono in alcun modo recuperabili”. Non abbiamo perso le speranze. Li abbiamo spediti in un altro centro assistenza. Altri 2 giorni. Stessa risposta. Niente da fare.
Ora.
E’ inutile dirvi quanto siamo incazzati.
Più di 6 mesi di lavoro sono andati in fumo in una manciata di secondi. Quello che ci resta sono una decina di provini risalenti a Dicembre 2013 che avevamo nei nostri computer personali; praticamente gli embrioni di quello che erano diventate le 7 canzoni dell’Ep (esclusi ovviamente i 2 singoli “L’involuzione Della Specie” e “Io Sapere Poco Leggere” che avevamo già fatto uscire nei mesi passati).
In tanti anni di carriera non avevamo mai toccato picchi di sfiga così alti.
Questo Ep era partito male.
Sarebbe dovuto uscire a inizio 2014, e per problemi personali l’avevamo rimandato.
L’unica cosa che riusciamo a dirci è che “forse doveva andare così”. (Anche se no, non doveva andare così!)
Non ci resta che scusarci con tutti coloro che stavano aspettando questo Ep, e con tutti coloro che stavano lavorando da mesi per farlo uscire.
Ci dispiace enormemente.
Era bello. Nuovo. Volevamo farvelo sentire.
Per uscire dalla paranoia abbiamo sempre avuto un solo modo: SUONARE. Ed è quello che stiamo facendo già da oggi. Fanculo gli hard disk e la tecnologia, siamo tornati alle care e vecchie jam in saletta e stiamo sfogando la rabbia.
Nuove idee stanno prendendo la forma di canzoni che a questo punto abbiamo deciso andranno a finire in un ALBUM.
Non sappiamo ancora quando uscirà, non è il momento di pianificare, per il momento abbiamo solo voglia di suonare tra di noi e con voi.
Ci vediamo sotto i palchi.
Quello che non ti uccide, ti fortifica.
L77
Purtroppo questa è una brutta notizia.
Una di quelle che non avremmo mai voluto scrivere.
Saltiamo i giri di parole e andiamo al punto:
Il nostro nuovo Ep “C’Eravamo Tanto Armati” non esiste più.
Una settimana fa, esattamente nella sera di lunedi 17 Marzo, un calo di tensione ha mandato in corto circuito l’impianto elettrico della palazzina dove stavamo lavorando. I 2 hard disk che contenevano il premaster del nuovo Ep “C’eravamo Tanto Armati” erano in funzione per il classico backup giornaliero. Si sono bruciati entrambi all’istante. E’ stato un attimo. Il tempo di una scintilla. Presa elettrica fumante. Alimentatori bruciati. Hard disk fottuti.
Ovviamente li abbiamo portati immediatamente in un centro assistenza per il recupero dati. Li hanno tenuti per 3 giorni, ed effettuato tutti i test possibili e immaginabili, ma il referto finale del laboratorio non ha lasciato dubbi. “I dati contenuti negli hard disk non sono in alcun modo recuperabili”. Non abbiamo perso le speranze. Li abbiamo spediti in un altro centro assistenza. Altri 2 giorni. Stessa risposta. Niente da fare.
Ora.
E’ inutile dirvi quanto siamo incazzati.
Più di 6 mesi di lavoro sono andati in fumo in una manciata di secondi. Quello che ci resta sono una decina di provini risalenti a Dicembre 2013 che avevamo nei nostri computer personali; praticamente gli embrioni di quello che erano diventate le 7 canzoni dell’Ep (esclusi ovviamente i 2 singoli “L’involuzione Della Specie” e “Io Sapere Poco Leggere” che avevamo già fatto uscire nei mesi passati).
In tanti anni di carriera non avevamo mai toccato picchi di sfiga così alti.
Questo Ep era partito male.
Sarebbe dovuto uscire a inizio 2014, e per problemi personali l’avevamo rimandato.
L’unica cosa che riusciamo a dirci è che “forse doveva andare così”. (Anche se no, non doveva andare così!)
Non ci resta che scusarci con tutti coloro che stavano aspettando questo Ep, e con tutti coloro che stavano lavorando da mesi per farlo uscire.
Ci dispiace enormemente.
Era bello. Nuovo. Volevamo farvelo sentire.
Per uscire dalla paranoia abbiamo sempre avuto un solo modo: SUONARE. Ed è quello che stiamo facendo già da oggi. Fanculo gli hard disk e la tecnologia, siamo tornati alle care e vecchie jam in saletta e stiamo sfogando la rabbia.
Nuove idee stanno prendendo la forma di canzoni che a questo punto abbiamo deciso andranno a finire in un ALBUM.
Non sappiamo ancora quando uscirà, non è il momento di pianificare, per il momento abbiamo solo voglia di suonare tra di noi e con voi.
Ci vediamo sotto i palchi.
Quello che non ti uccide, ti fortifica.
L77
martedì 18 marzo 2014
Alter Bridge - Fortress (2013)
A quasi dieci anni dal loro debutto gli Alter Bridge pubblicano nel 2013 Fortress, la classica eccezione che conferma la regola.
Dopo la reunion dei Creed (che coinvolge la completa sezione strumentale degli A.B.) e la riconferma di Myles Kennedy alla voce del progetto solista di Slash, sembrava che AB III dovesse essere l'ultimo lavoro della band. Invece i quattro musicisti americani tornano prepotentemente con un disco dal grande impatto sonoro, che non solo conferma il loro affiatamento ma sigilla un percorso che li ha sempre visti produrre ottima musica.
Mylse dimostra una voce estremamente versatile, probabilmente ispirata anche dal grande lavoro fatto con Slash, sorretto da una granitica struttura musicale, potente e ben arrangiata, varia e, in pieno stile moderno, decisamente compressa!
Il risultato è un disco ricco, in cui non emergono canzoni in particolare solo perché tutte sono degne di nota!
Hanno annunciato di recente il loro supporto agli Aerosmith per il tour europeo estivo dei prossimi mesi, un motivo in più per non mancare!!
Dopo la reunion dei Creed (che coinvolge la completa sezione strumentale degli A.B.) e la riconferma di Myles Kennedy alla voce del progetto solista di Slash, sembrava che AB III dovesse essere l'ultimo lavoro della band. Invece i quattro musicisti americani tornano prepotentemente con un disco dal grande impatto sonoro, che non solo conferma il loro affiatamento ma sigilla un percorso che li ha sempre visti produrre ottima musica.
Mylse dimostra una voce estremamente versatile, probabilmente ispirata anche dal grande lavoro fatto con Slash, sorretto da una granitica struttura musicale, potente e ben arrangiata, varia e, in pieno stile moderno, decisamente compressa!
Il risultato è un disco ricco, in cui non emergono canzoni in particolare solo perché tutte sono degne di nota!
Hanno annunciato di recente il loro supporto agli Aerosmith per il tour europeo estivo dei prossimi mesi, un motivo in più per non mancare!!
martedì 11 marzo 2014
Black Oak Arkansas
Se vi piace il Southern rock e quall'atmosfera polverosa ed impenitente che tanto ha ispirato lo stoner moderno e band trasversali che vanno dai Guns 'n Roses ai Pantera, passando per Nickelback e Rem, ecco a voi una vera istituzione: Black Oak Arkansas.
Fedeli alle tradizioni, legati alla loro terra tanto da prenderne il nome, dal 1963 infiammano i cuori del Sud America USA macinando date e sfornando dischi.
I Boa sono una band leggendaria, protagonista dei grandi eventi dell'epoca Hippie, sopravvissutale grazie alla varietà delle sonorità che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tutto gira attorno alla figura ingombrante di Jim "Dandy" Mangrum, cantante dalla voce straordinariamente simile ad Axl Rose, con il quale condivide una certa quantità di stravaganza ed egocentrismo. Jim Dandy però resta alla guida di questa formazione per oltre 40 anni, sostituendo decine di musicisti senza mai perdere il suo piglio sul pubblico, restando fedele a se stesso spesso a "discapito di se stesso", nella più classica tradizione cowboy!
Se volete conoscerli vi consiglio la bellissima raccolta Hot & Nasty The Best of, del 1992, ricordandovi che l'ultimo disco è stato pubblicato nel 1999 e che sono tutt'ora in attività con il loro country-blues-hippie-hillybilly-psycho-boogie fucking ROCK!
Fedeli alle tradizioni, legati alla loro terra tanto da prenderne il nome, dal 1963 infiammano i cuori del Sud America USA macinando date e sfornando dischi.
I Boa sono una band leggendaria, protagonista dei grandi eventi dell'epoca Hippie, sopravvissutale grazie alla varietà delle sonorità che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tutto gira attorno alla figura ingombrante di Jim "Dandy" Mangrum, cantante dalla voce straordinariamente simile ad Axl Rose, con il quale condivide una certa quantità di stravaganza ed egocentrismo. Jim Dandy però resta alla guida di questa formazione per oltre 40 anni, sostituendo decine di musicisti senza mai perdere il suo piglio sul pubblico, restando fedele a se stesso spesso a "discapito di se stesso", nella più classica tradizione cowboy!
Se volete conoscerli vi consiglio la bellissima raccolta Hot & Nasty The Best of, del 1992, ricordandovi che l'ultimo disco è stato pubblicato nel 1999 e che sono tutt'ora in attività con il loro country-blues-hippie-hillybilly-psycho-boogie fucking ROCK!
lunedì 3 febbraio 2014
Tomahawk - Oddfellows 2013
Torna l'armata Tomahawk, che sotto la guida di Mike Patton è giunta alla pubblicazione del quarto disco.
Dopo essersi sfogato in ogni tipo di progetto che potesse stimolarlo, dai Peeping Tom a Mondo Cane, passando anche per la stesura di qualche colonna sonora, come per il film “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo, eccolo riprendere in mano la band che riunisce sotto la stessa bandiera Duane Denison (ex - Jesus Lizard), Kevin Rutmanis (Melvins) e John Stanier (ex - Helmet).
Oddfellows, è il nome di questo disco, che segna un po' il passo della band.
Innanzitutto all'appello manca Kevin Rutmanis, mentre risponde al basso Trevor Dunn, vecchia conoscenza del Mr. Patton nei Mr. Bungle.
Il secondo aspetto che mi colpisce è una ritrovata vena crossover, che suona molto anni ’90 e che nel caso, non può non ricordare i Faith No More.
Ecco dunque il primo pensiero che mi è venuto ascoltando questo disco: ci sarà voglia di Faith no More nel futuro Pattiano?
Vedremo, per ora ci godiamo questo disco piacevole, non esaltante, ma decisamente degno di nota!
Lo stile non viene stravolto ma la grande varietà dei pezzi, untiti ad una certa ruvidità di suoni e l’utilizzo abbondante di tempi dispari, influisce sull’atmosfera d’ispirazione stoner che svecchia il disco.
Se Mike Patton ci aveva abituato ad ogni tipo di sorpresa, questo disco non lo fa più di tanto ma in compenso è un bel disco!
Dopo essersi sfogato in ogni tipo di progetto che potesse stimolarlo, dai Peeping Tom a Mondo Cane, passando anche per la stesura di qualche colonna sonora, come per il film “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo, eccolo riprendere in mano la band che riunisce sotto la stessa bandiera Duane Denison (ex - Jesus Lizard), Kevin Rutmanis (Melvins) e John Stanier (ex - Helmet).
Oddfellows, è il nome di questo disco, che segna un po' il passo della band.
Innanzitutto all'appello manca Kevin Rutmanis, mentre risponde al basso Trevor Dunn, vecchia conoscenza del Mr. Patton nei Mr. Bungle.
Il secondo aspetto che mi colpisce è una ritrovata vena crossover, che suona molto anni ’90 e che nel caso, non può non ricordare i Faith No More.
Ecco dunque il primo pensiero che mi è venuto ascoltando questo disco: ci sarà voglia di Faith no More nel futuro Pattiano?
Vedremo, per ora ci godiamo questo disco piacevole, non esaltante, ma decisamente degno di nota!
Lo stile non viene stravolto ma la grande varietà dei pezzi, untiti ad una certa ruvidità di suoni e l’utilizzo abbondante di tempi dispari, influisce sull’atmosfera d’ispirazione stoner che svecchia il disco.
Se Mike Patton ci aveva abituato ad ogni tipo di sorpresa, questo disco non lo fa più di tanto ma in compenso è un bel disco!
sabato 4 gennaio 2014
Elisa - L'Anima Vola (2013)
E' stato un'anno di uscite discografiche interessanti, anche per i volti noti nostrani, che, se non alle prese con raccolte e celebrazioni varie, si affidano alle collaborazioni più disparate.
Tra queste emerge (a mio discutibile parere) l'ennesimo capolavoro di Elisa.
Ho letto qualche recensione in giro e come tutti i grandi dischi o piacciono o deludone, senza compromessi.
Da buon appassionato conosco bene questo fenomeno e mi sento di scommettere sulla futura rivalutazione di questo disco, soprattutto da parte dei detrattori che oggi si dimostrano troppo attenti a sfaccettature non così fondamentali.
Chiunque abbia provato, anche solo per gioco, a scrivere un testo in Italiano, soprattutto su basi non tipicamente pop o cavalcando melodie dall'ispirazione più esterofila, sa quanto questa operazione sia ostica e quanto il risultato sembri troppo spesso una forzatura di metriche ed accenti.
Elisa ha sempre espresso il suo talento usando l'inglese, lingua che le permette ampi spazi per vocalizzi ed armonizzazioni. Oggi ha sfidato se stessa, con l'aiuto di alcuni grandi compositori italiani, che le hanno regalato un terreno fertile su cui far crescere il suo album.
Così L'Anima Vola si trasforma nel suo primo lavoro completamente in Italiano, scommessa accettata dopo tante pressioni e, sempre a mio discutibile parere, stravinta.
Si tratta di un disco a trazione rock, in cui Elisa ritrova (e rinnova) la carica dei suoi primi dischi, pur non abbandonando passaggi sinfonici e pop.
Magnifica la versione completa di Ancora Qui (scirtta per Django Unchained di Quentin Tarantino) con tanto di intro "Beethoviano" dedicatole da Ennio Morricone, autore della canzone.
Struggente (soprattutto da genitore) il brano A modo Tuo scritto da Ligabue, mentre la Title Track L'Anima Vola è l'ennesimo esempio di stile e personalità.
Sono molte le tracce degne di nota, ma fondamentalmente mi colpisce la capacità di adattarsi ad una lingua difficile senza perdere il suo stile, contribuendo alla difficile missione di rilanciare l'Italiano anche in un genere che non sia la solita Canzone.
Tra queste emerge (a mio discutibile parere) l'ennesimo capolavoro di Elisa.
Ho letto qualche recensione in giro e come tutti i grandi dischi o piacciono o deludone, senza compromessi.
Da buon appassionato conosco bene questo fenomeno e mi sento di scommettere sulla futura rivalutazione di questo disco, soprattutto da parte dei detrattori che oggi si dimostrano troppo attenti a sfaccettature non così fondamentali.
Chiunque abbia provato, anche solo per gioco, a scrivere un testo in Italiano, soprattutto su basi non tipicamente pop o cavalcando melodie dall'ispirazione più esterofila, sa quanto questa operazione sia ostica e quanto il risultato sembri troppo spesso una forzatura di metriche ed accenti.
Elisa ha sempre espresso il suo talento usando l'inglese, lingua che le permette ampi spazi per vocalizzi ed armonizzazioni. Oggi ha sfidato se stessa, con l'aiuto di alcuni grandi compositori italiani, che le hanno regalato un terreno fertile su cui far crescere il suo album.
Così L'Anima Vola si trasforma nel suo primo lavoro completamente in Italiano, scommessa accettata dopo tante pressioni e, sempre a mio discutibile parere, stravinta.
Si tratta di un disco a trazione rock, in cui Elisa ritrova (e rinnova) la carica dei suoi primi dischi, pur non abbandonando passaggi sinfonici e pop.
Magnifica la versione completa di Ancora Qui (scirtta per Django Unchained di Quentin Tarantino) con tanto di intro "Beethoviano" dedicatole da Ennio Morricone, autore della canzone.
Struggente (soprattutto da genitore) il brano A modo Tuo scritto da Ligabue, mentre la Title Track L'Anima Vola è l'ennesimo esempio di stile e personalità.
Sono molte le tracce degne di nota, ma fondamentalmente mi colpisce la capacità di adattarsi ad una lingua difficile senza perdere il suo stile, contribuendo alla difficile missione di rilanciare l'Italiano anche in un genere che non sia la solita Canzone.
lunedì 9 dicembre 2013
THE DOOMSAYER - Fire Everywhere
Quando il progetto The Doomsayer ha preso forma non era affatto scontato un risultato di tale portata.
Intanto va riconosciuto ai quattro musicisti una buona dose di coraggio ed una lucidità, nel programmare il loro futuro, faticosamente riscontrabile in un'ambiente che troppo spesso vive del proprio passato.
Così, con un'ostinata caparbietà, passo dopo passo, hanno saputo chiudere il loro progetto "Stigma" e presentarsi sotto nuove vesti, rivoluzionando con cura e sapienza ogni aspetto del loro carattere.
Un'anno e mezzo dopo il loro battesimo, i Doomsayer sono arrivati alla pubblicazione del loro primo disco, confermando non solo la lungimiranza delle loro scelte, ma dimostrando una credibilità che difficilmente si ottiene dopo un cambiamento di rotta così drastico.
Ho seguito da vicino le fasi che hanno portato a questo risultato, apprezzando la determinazione con cui venivano affrontati i tanti aspetti di una produzione così sentita.
Fin dalla composizione, il lavoro sulle armonie, lo studio delle ritmiche, la ricerca nei testi, emerge un'attenzione già tangibile nella prima traccia, Tides, un' intro tra i migliori che io ricordi su un disco metalcore.
Da qui si parte per un viaggio duro e denso di atmosfere, grazie anche alle melodie che affiorano da tonnellate di riff taglienti e massicci.
Negli otto brani che compongono questo lavoro, si annida tutta l'esperienza e la conoscenza di uno stile aperto alle contaminazioni, mescolate con gusto ed inserite grazie ad arrangiamenti moderni e calibrati.
Ho apprezzato particolarmente l'evoluzione ritmica della band, specie nelle parti di batteria che miscelano con equilibrio groove ed incastri, creando un respiro capace di alimentare il "tiro" ed esaltare la tecnica.
Il suono è potente e diretto, come richiede un genere che ha fatto della compressione il proprio mantra (haimè!), godendo di una produzione internazionale che ha lasciato spazio in abbondanza per la potente voce di Vlad, supportata dall'ottimo esordio vocale di Andrea.
Il disco esce dopo la pubblicazione del primo video legato all'album, che per la cronaca si intitola: Fire Everywhere e presenta il singolo Diamonds.
Se questo pezzo vi convince il resto non vi deluderà: provare per credere!
venerdì 30 agosto 2013
Queens of the Stone Age
I Queens of the Stone Age sono usciti lo scorso giugno con il loro ultimo disco "Like Clockwork".
Per la presentazione del disco si sono esibiti al Letterman Show, vetrina importante non solo per il suo seguito!
Lo spettacolo messo su dall'intramontabile David Letterman, coadiuvato dal musicista Paul Shaffer con la prestigiosa CBS Orchestra, ha sempre concesso un grandissimo spazio alla musica, pescando trasversalmente nel panorama internazionale e dimostrando una grande elasticità.
Oggi sono tantissime le band che scelgono questo palco per promuovere i propri lavori e spesso, a seguito della breve esibizione promozionale, uno o due singoli estratti dall'album per la puntata, si tiene un concerto per la platea dell' Ed Sullivan Theater di Broadway.
I Queens of the stone Age hanno così suonato per intero il disco, senza cedere alla tentazione accomodante di arruffianarsi i presenti con i loro successi passati.
Ecco il concerto reso pubblico dalla CBS:
Per la presentazione del disco si sono esibiti al Letterman Show, vetrina importante non solo per il suo seguito!
Lo spettacolo messo su dall'intramontabile David Letterman, coadiuvato dal musicista Paul Shaffer con la prestigiosa CBS Orchestra, ha sempre concesso un grandissimo spazio alla musica, pescando trasversalmente nel panorama internazionale e dimostrando una grande elasticità.
Oggi sono tantissime le band che scelgono questo palco per promuovere i propri lavori e spesso, a seguito della breve esibizione promozionale, uno o due singoli estratti dall'album per la puntata, si tiene un concerto per la platea dell' Ed Sullivan Theater di Broadway.
I Queens of the stone Age hanno così suonato per intero il disco, senza cedere alla tentazione accomodante di arruffianarsi i presenti con i loro successi passati.
Ecco il concerto reso pubblico dalla CBS:
venerdì 23 agosto 2013
Longing
Troppo spesso, almeno nella musica, le cose vengono fraintese.
In realtà "fraintese" non è nemmeno la parola giusta, bisognerebbe dire "non capite",
La storia è piena di dischi rivalutati, di artisti sottovalutati e di canzoni riscoperte, vittime inerti del tempo in cui vengono pubblicate, schiacciate dal peso di chi le interpreta o dal contesto in cui si presentano.
Quanti dischi riscopriremmo se non cedessimo al facile paragone con i precedenti e quante canzoni meriterebbero più gloria di quanta strappata ad un pubblico critico o troppo carico di aspettative.
Chameleon è stato un disco ingiustamente sottovalutato, troppo diverso dai sui antecedenti e troppo azzardato per una band che faceva del power metal il suo principio.
Era il 1993 (esattamente 20 anni fa) quando la band tedesca sfidò il mercato con questo disco dalla copertina minimale e lontanissima dagli standard degli Helloween.
Molti puntarono il dito contro il cantante Michael Kiske per le scelte artistiche, cosa aggravata dai complicati rapporti con il resto della band, tanto da sfociare nell'abbandono dello stesso a favore di alcuni progetti solisti.
Chameleon è stato anche l'ultimo disco un cui suonò Ingo Schwichtenberg, primo batterista degli Helloween, che nel 1994 venne allontanato dal gruppo per evidenti segni di schizofrenia che accompagnata ad abusi di alcool e droghe, gli rendevano impossibile continuare la sua attività.
Sostituito dal grandissimo Uli Kusch, Ingo rimase vittima dei suoi demoni, spegnendosi pochi mesi dopo suicida sui binari di un treno.
Ma torniamo a Kiske, che partecipò alla stesura di gran parte delle canzoni che compongono questo quinto lavoro degli Helloween, spingendo su arrangiamenti più pop e su un carattere folk-progressive verso il quale avrebbe volentieri svoltato.
Longing, totalmente scritta, suonata e cantata da lui è un ottimo esempio della caratura artistica del cantante.
Io ho amato molto questo disco, comprato durante una gita a Praga e ascoltato nel mio primo lettore Cd, a discapito delle recensioni impietose e dei commenti piuttosto svilenti degli "amici ascoltatori".
Oggi, con un ventennio sulle spalle, Longing conserva tutto il fascino di allora, forte di quel segreto celato in un verso del suo stesso testo: Can give you all you need - just listen still. (Posso darti tutto quello di cui hai bisogno, devi solo ascoltarmi ancora).
Chameleon è stato anche l'ultimo disco un cui suonò Ingo Schwichtenberg, primo batterista degli Helloween, che nel 1994 venne allontanato dal gruppo per evidenti segni di schizofrenia che accompagnata ad abusi di alcool e droghe, gli rendevano impossibile continuare la sua attività.
Sostituito dal grandissimo Uli Kusch, Ingo rimase vittima dei suoi demoni, spegnendosi pochi mesi dopo suicida sui binari di un treno.
Ma torniamo a Kiske, che partecipò alla stesura di gran parte delle canzoni che compongono questo quinto lavoro degli Helloween, spingendo su arrangiamenti più pop e su un carattere folk-progressive verso il quale avrebbe volentieri svoltato.
Longing, totalmente scritta, suonata e cantata da lui è un ottimo esempio della caratura artistica del cantante.
Io ho amato molto questo disco, comprato durante una gita a Praga e ascoltato nel mio primo lettore Cd, a discapito delle recensioni impietose e dei commenti piuttosto svilenti degli "amici ascoltatori".
Oggi, con un ventennio sulle spalle, Longing conserva tutto il fascino di allora, forte di quel segreto celato in un verso del suo stesso testo: Can give you all you need - just listen still. (Posso darti tutto quello di cui hai bisogno, devi solo ascoltarmi ancora).
martedì 13 agosto 2013
Il male che ispira
Negli anni '60 l'Inghilterra fu scossa dagli efferati e spietati delitti della coppia Ian Brady e Myra Hindley.
Il caso, definito Moors murders è diventato tristemente famoso per essere uno dei casi più atroci e violenti che vedesse coinvolte due personalità collaborative e complici, ma questa è un'altra storia.
Ne va da se che chiunque, in quegli anni, fosse venuto a conoscenza di tali terribili atti ne fosse scosso e profondamente colpito.
Tra questi c'è sicuramente il giovane Morrissey, che qualche anno dopo fondò assieme a John Maher gli Smiths.
Il loro primo album di debutto uscì nel 1984 e conteneva una traccia che suscitò qualche polemica: Suffer Little Children.
La canzone è un tributo, secondo lo stesso Morrissey, alle piccole vittime dei Moors Murters, quasi coetanee del cantante.
A vent'anni da quei delitti lo stesso leader della band venne a contatto con una delle madri delle vittime e con essa stabilì un rapporto di amicizia e rispetto.
L'anno successivo lo stesso caso venne riaperto per il ritrovamento di un quarto corpo, anch'esso vittima della coppia, che intanto era stata arrestata e incarcerata.
Nel 1990 un'altra band ripescò da quella brutta vicenda un'immagine, più precisamente una fotografia, quella di Maureen Hindley che assieme al marito si recava a testimoniare contro la sorella Myra Hindley. Quella fotografia divenne la copertina dell'album GOO dei Sonic Youth.
Il caso, definito Moors murders è diventato tristemente famoso per essere uno dei casi più atroci e violenti che vedesse coinvolte due personalità collaborative e complici, ma questa è un'altra storia.
Ne va da se che chiunque, in quegli anni, fosse venuto a conoscenza di tali terribili atti ne fosse scosso e profondamente colpito.
Tra questi c'è sicuramente il giovane Morrissey, che qualche anno dopo fondò assieme a John Maher gli Smiths.
Il loro primo album di debutto uscì nel 1984 e conteneva una traccia che suscitò qualche polemica: Suffer Little Children.
La canzone è un tributo, secondo lo stesso Morrissey, alle piccole vittime dei Moors Murters, quasi coetanee del cantante.
L'anno successivo lo stesso caso venne riaperto per il ritrovamento di un quarto corpo, anch'esso vittima della coppia, che intanto era stata arrestata e incarcerata.
Nel 1990 un'altra band ripescò da quella brutta vicenda un'immagine, più precisamente una fotografia, quella di Maureen Hindley che assieme al marito si recava a testimoniare contro la sorella Myra Hindley. Quella fotografia divenne la copertina dell'album GOO dei Sonic Youth.
venerdì 2 agosto 2013
David Bowie – The Next Day (2013)
Il Duca è tornato dopo 10 anni e lo fa sorprendendo nuovamente tutti.
Etichettato come artista in declino e celebrato solo per il suo infinito e spettacolare repertorio, dimostra così che il suo talento non è affatto sbiadito.
Ammetto che al primo ascolto mi sono sentito corrotto dal suo nome altisonante, stregato da un passato che spesso mi ha regalato emozioni fortissime e che mi spingeva ad un ascolto attento e ammirato.
Alla fine ho capito che semplicemente si tratta di un disco meraviglioso, pieno zeppo di tutti di deliri "Bowiani": elegante e non pesente, eclettico e non delirante, divertente e profondo.
Bentornato Duca Bianco.
Etichettato come artista in declino e celebrato solo per il suo infinito e spettacolare repertorio, dimostra così che il suo talento non è affatto sbiadito.
Ammetto che al primo ascolto mi sono sentito corrotto dal suo nome altisonante, stregato da un passato che spesso mi ha regalato emozioni fortissime e che mi spingeva ad un ascolto attento e ammirato.
Alla fine ho capito che semplicemente si tratta di un disco meraviglioso, pieno zeppo di tutti di deliri "Bowiani": elegante e non pesente, eclettico e non delirante, divertente e profondo.
Bentornato Duca Bianco.
lunedì 13 maggio 2013
La musica si tinge di giallo
I testi più intensi e sorprendenti continuano a nascondersi tra le canzoni che godono di meno visibilità (o ascoltabilità?).Questo perchè, probabilmente, come tutte le belle cose devono essere cercate con pazienza e con la stessa pazienza approcciate e comprese.
Negli ultimi anni il rock alternativo Italiano ha partorito grandi dischi, spesso dalle tinte oscure, tanto da tracciare un filone comune a più band, pur estremamente lontane tra di loro.
Questa corrente è scura come il significato che affiora dalle parole di alcune canzoni, delitti musicati e raccontati solo per far emergere il vero senso delle cose, ben più oscuro dell'impronta "giallo" che le veste.
I cacciatori è la canzone che I Tre Allegri Ragazzi Morti hanno inserito nel loro ultimo bellissimo disco Nel giardino dei fantasmi, nella quale danno voce ad un ragazzino morto ammazzato e scomparso agli occhi di tutti, assieme ai suoi sogni e ai grandi miti degli anni '90.
I fantasmi ritornano anche nel disco dei Baustelle (già dal titolo "Fantasma" appunto) un'opera ardita e non proprio semplice.Si tratta di un disco concettuale, realizzato con la FilmHarmony Orchestra di Wroclaw/Breslavia che occupa un'ampio spazio nei 70 minuti di musica intensa, espressiva ed eloquente, tanto da ricordare una colonna sonora. Trai i capitoli di questa opera sorprende la cantilenante Contà l'inverni, versi recitati in romano in un crescendo di sensazioni sempre più tese, che accompagnano il racconto di un amore viscerale fino al fatidico verso "..quella notte la sgozzai" che finalmente svela il significato del titolo.
Energia e rabbia musicano invece La vita è breve de Il Teatro Degli Orrori.
Undicesima traccia del bellissimo disco A Sangue Freddo, si tratta di uno sfogo folle e delirante sulla brevità della vita, disarmante se fatto da qualcuno che stà per togliertela.
Le canzoni possono permettersi di raccontare storie difficili, sfruttando la sinergia tra musica e testi, muovendosi agilmente su terreni ambigui e oscuri, delegando alla mente di chi le ascolta il senso logico che nasconde, anche quando questo potrebbe tranquillamente non esserci, esattamente come un lieto fine.
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