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sabato 16 maggio 2015
Cursed - If I Die Today (2015)
La serata è stata decisamente piacevole, non solo per i tanti vecchi amici che ho potuto rivedere, ma anche per lo spettacolo offertoci, a partire dei The Buckle, con il loro carattere crudo e puro.
Un bel segno d'amicizia tra musicisti di vecchia data, insieme per l'ennesimo passo musicale che tornano a condividere.
La serata è partita con una piccola apertura del duo albese, mentre i padroni di casa hanno snocciolato brano dopo brano l'intero disco.
Il concerto, in pieno stile hardcore, niente palco e pubblico faccia a faccia alla band, è stata l'ennesima conferma della grande capacità degli IIDT di tenere la scena. Niente fronzoli, poche parole e sotto con la musica, potente, spavalda e aggressiva.
Marco si conferma un frontman navigato, il perfetto anello tra la band e il pubblico, cosa non da poco se si considera una scaletta completamente inedita.
Crused offre un repertorio che non concede tregua e lo stesso emerge dal disco, nero fin dalla copertina, come la musica che contiene, come il libretto che nasconde la frase chiave di tutta la produzione: Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso.
La citazione è di quelle nobili, John Milton, il poeta seicentesco che in "Paradise Lost" narra l'episodio biblico di Adamo ed Eva e l'epopea di Satana.
Bella la grafica e bello anche il contenuto, a partire dalla qualità sonora non scontata, con alcune scelte che caratterizzano la produzione, cosa auspicabile in un oceano di dischi dai suoni identici.
Sorprende infatti una scelta nei suoni di chitarra piuttosto chiara, che esalta il lato più heavy delle canzoni, vera svolta musicale degli IIDT.
Pesanti riff che spaziano dall'hard rock allo stoner, sfumature metal e, a mio parere, un forte accento southern (vedi Patrick su tutte).
Si sono rallentati i ritmi (ennesimo ottimo lavoro di Dudu con manforte di Morgan alle 4 corde) ma non ci sono compromessi che facciano gridare allo stravolgimento, anche se a fine disco, inaspettato, arriva la title track che prende le distanze da tutto il resto (rallentando ancora) e capitola con una pesantissima marcia dal finale assodato: Darkness has come...
Gli IIDT partiranno a breve con il loro tour, un'occasione che consiglio vivamente a tutti gli appassionati, a partire dal Nuvolari il 9 di giugno.
domenica 12 ottobre 2014
Kings Of Leon - Mechanical Bull (2013)
Per essere una formazione famigliare (3 fratelli più un cugino), non manca certo l'ispirazione ai quattro del Tennessee, che pur restando nel mondo dell'Alternative rock (sempre meno alternativo) non abbandonano le loro radici southern (guai a farlo!).
Mechanical Bull è un bellissimo disco, con la peculiarità di essermi piaciuto fin dal primo ascolto, cosa mai troppo positiva e sintomo di un probabile rigetto imminente.
Accade invece il contrario, la grande varietà dei brani, sapientemente mescolati in una tracklist avvincente, allontana qualsiasi possibile senso di nausea. La docezza delle linee vocali si accomoda ai pochi compromessi strumentali, elemento che più si ancora al glorioso passato di Only by the Night pur rivendicando la maturità e il mestiere degli ultimi e più famosi lavori.
La qualità di questo disco si misura in canzoni, con pochissimi anelli deboli (se ci sono...) e tantissimi anelli forti, che restano in testa e si fanno desiderare, con la forza della semplicità che paga nell'immediatezza e della qualità che garantisce un ottimo ascolto futuro!
martedì 3 giugno 2014
KORN – The Paradigm Shift (2013)
Mai come questa volta il ritrovarsi è stato piacevole, non solo per la formazione quasi originale dopo il reintegro di Head, ma anche perchè la lontananza è durata parecchi anni...
In realtà non li ho mai abbandonati ma la dipendenza che i primi due dischi mi avevano causato era diventata una voglia con i successivi quattro e una semplice curiosità negli ultimi.
Lo stile che mi aveva stravolto la vita (musicale), strappandomi dal metal classico e influenzando per sempre il mio modo di suonare, dariva dal loro primo album omonimo del 1994, ariete che mi spalancò le porte delle contaminazioni musicali.
Oggi ascoltando The Paradigm Shift non risento quel trasporto ma un certo appetito torna a far capolino proprio in un settore che stavo trascurando.
Il merito credo sia dell'energia scaturita dal ritorno di Head e dai soliti demoni che a tratti tornano ad affollare lo spirito inquieto di Davis, due ingredienti che ne la rivoluzione dubstep, ne il talento smisurato di Ray Luzier avevano saputo rimpiazzare.
Certo manca quell'innovazione che ti aspetteresti da un undicesimo album presentato come rivoluzionario e personalmente sento tantissimo la mancanza di Siveria e del suo groove funky, ma questo disco mantiene la promessa di un ritorno al passato, troppo spesso sbandierato e mai celebrato a questi livelli.
In ordine cronologico potrebbe tranquillamente essere il successore di Take a Look in the Mirror, forese più imparentato con Untouchables, ma non sfigurerebbe nemmeno di fronte a Follow the Leader.
Insomma, i Korn sono tornati e questa volta per davvero, non si tratta di una semplice telefonata di cortesia, questa volta l'incontro è fisico, tra pacce sulle spalle e cazzotti in faccia!
martedì 18 marzo 2014
Alter Bridge - Fortress (2013)
Dopo la reunion dei Creed (che coinvolge la completa sezione strumentale degli A.B.) e la riconferma di Myles Kennedy alla voce del progetto solista di Slash, sembrava che AB III dovesse essere l'ultimo lavoro della band. Invece i quattro musicisti americani tornano prepotentemente con un disco dal grande impatto sonoro, che non solo conferma il loro affiatamento ma sigilla un percorso che li ha sempre visti produrre ottima musica.
Mylse dimostra una voce estremamente versatile, probabilmente ispirata anche dal grande lavoro fatto con Slash, sorretto da una granitica struttura musicale, potente e ben arrangiata, varia e, in pieno stile moderno, decisamente compressa!
Il risultato è un disco ricco, in cui non emergono canzoni in particolare solo perché tutte sono degne di nota!
Hanno annunciato di recente il loro supporto agli Aerosmith per il tour europeo estivo dei prossimi mesi, un motivo in più per non mancare!!
lunedì 3 febbraio 2014
Tomahawk - Oddfellows 2013
Dopo essersi sfogato in ogni tipo di progetto che potesse stimolarlo, dai Peeping Tom a Mondo Cane, passando anche per la stesura di qualche colonna sonora, come per il film “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo, eccolo riprendere in mano la band che riunisce sotto la stessa bandiera Duane Denison (ex - Jesus Lizard), Kevin Rutmanis (Melvins) e John Stanier (ex - Helmet).
Oddfellows, è il nome di questo disco, che segna un po' il passo della band.
Innanzitutto all'appello manca Kevin Rutmanis, mentre risponde al basso Trevor Dunn, vecchia conoscenza del Mr. Patton nei Mr. Bungle.
Il secondo aspetto che mi colpisce è una ritrovata vena crossover, che suona molto anni ’90 e che nel caso, non può non ricordare i Faith No More.
Ecco dunque il primo pensiero che mi è venuto ascoltando questo disco: ci sarà voglia di Faith no More nel futuro Pattiano?
Vedremo, per ora ci godiamo questo disco piacevole, non esaltante, ma decisamente degno di nota!
Lo stile non viene stravolto ma la grande varietà dei pezzi, untiti ad una certa ruvidità di suoni e l’utilizzo abbondante di tempi dispari, influisce sull’atmosfera d’ispirazione stoner che svecchia il disco.
Se Mike Patton ci aveva abituato ad ogni tipo di sorpresa, questo disco non lo fa più di tanto ma in compenso è un bel disco!
sabato 4 gennaio 2014
Elisa - L'Anima Vola (2013)
Tra queste emerge (a mio discutibile parere) l'ennesimo capolavoro di Elisa.
Ho letto qualche recensione in giro e come tutti i grandi dischi o piacciono o deludone, senza compromessi.
Da buon appassionato conosco bene questo fenomeno e mi sento di scommettere sulla futura rivalutazione di questo disco, soprattutto da parte dei detrattori che oggi si dimostrano troppo attenti a sfaccettature non così fondamentali.
Chiunque abbia provato, anche solo per gioco, a scrivere un testo in Italiano, soprattutto su basi non tipicamente pop o cavalcando melodie dall'ispirazione più esterofila, sa quanto questa operazione sia ostica e quanto il risultato sembri troppo spesso una forzatura di metriche ed accenti.
Elisa ha sempre espresso il suo talento usando l'inglese, lingua che le permette ampi spazi per vocalizzi ed armonizzazioni. Oggi ha sfidato se stessa, con l'aiuto di alcuni grandi compositori italiani, che le hanno regalato un terreno fertile su cui far crescere il suo album.
Così L'Anima Vola si trasforma nel suo primo lavoro completamente in Italiano, scommessa accettata dopo tante pressioni e, sempre a mio discutibile parere, stravinta.
Si tratta di un disco a trazione rock, in cui Elisa ritrova (e rinnova) la carica dei suoi primi dischi, pur non abbandonando passaggi sinfonici e pop.
Magnifica la versione completa di Ancora Qui (scirtta per Django Unchained di Quentin Tarantino) con tanto di intro "Beethoviano" dedicatole da Ennio Morricone, autore della canzone.
Struggente (soprattutto da genitore) il brano A modo Tuo scritto da Ligabue, mentre la Title Track L'Anima Vola è l'ennesimo esempio di stile e personalità.
Sono molte le tracce degne di nota, ma fondamentalmente mi colpisce la capacità di adattarsi ad una lingua difficile senza perdere il suo stile, contribuendo alla difficile missione di rilanciare l'Italiano anche in un genere che non sia la solita Canzone.
lunedì 9 dicembre 2013
THE DOOMSAYER - Fire Everywhere
Quando il progetto The Doomsayer ha preso forma non era affatto scontato un risultato di tale portata.
Intanto va riconosciuto ai quattro musicisti una buona dose di coraggio ed una lucidità, nel programmare il loro futuro, faticosamente riscontrabile in un'ambiente che troppo spesso vive del proprio passato.
Così, con un'ostinata caparbietà, passo dopo passo, hanno saputo chiudere il loro progetto "Stigma" e presentarsi sotto nuove vesti, rivoluzionando con cura e sapienza ogni aspetto del loro carattere.
Un'anno e mezzo dopo il loro battesimo, i Doomsayer sono arrivati alla pubblicazione del loro primo disco, confermando non solo la lungimiranza delle loro scelte, ma dimostrando una credibilità che difficilmente si ottiene dopo un cambiamento di rotta così drastico.
Ho seguito da vicino le fasi che hanno portato a questo risultato, apprezzando la determinazione con cui venivano affrontati i tanti aspetti di una produzione così sentita.
Fin dalla composizione, il lavoro sulle armonie, lo studio delle ritmiche, la ricerca nei testi, emerge un'attenzione già tangibile nella prima traccia, Tides, un' intro tra i migliori che io ricordi su un disco metalcore.
Da qui si parte per un viaggio duro e denso di atmosfere, grazie anche alle melodie che affiorano da tonnellate di riff taglienti e massicci.
Negli otto brani che compongono questo lavoro, si annida tutta l'esperienza e la conoscenza di uno stile aperto alle contaminazioni, mescolate con gusto ed inserite grazie ad arrangiamenti moderni e calibrati.
Ho apprezzato particolarmente l'evoluzione ritmica della band, specie nelle parti di batteria che miscelano con equilibrio groove ed incastri, creando un respiro capace di alimentare il "tiro" ed esaltare la tecnica.
Il suono è potente e diretto, come richiede un genere che ha fatto della compressione il proprio mantra (haimè!), godendo di una produzione internazionale che ha lasciato spazio in abbondanza per la potente voce di Vlad, supportata dall'ottimo esordio vocale di Andrea.
Il disco esce dopo la pubblicazione del primo video legato all'album, che per la cronaca si intitola: Fire Everywhere e presenta il singolo Diamonds.
Se questo pezzo vi convince il resto non vi deluderà: provare per credere!
martedì 4 settembre 2012
Portico Quartet (2012)
Poi una serie di coincidenze e qualche spinta esterna mi hanno portato a mettere questo disco sul lettore e a riascoltarlo più volte. Ora, il "non fanno per me" si è trasformati in "spesso e volentieri fanno proprio per me!".
I Portico Quartet sono un gruppo londinese, anche se il loro nome lo hanno preso dai portici di Padova dove si rifugiarono durante un'esibizione minacciata da un temporale.
Fanno jazz da molto tempo, sperimentando e affermandosi tra le migliori realtà del panorama underground inglese.
Questo disco, pur restando fedele al passato, è molto orecchiabile e armonioso, tanto da sconfinare spesso nella musica ambient e regalare alcuni scorci quasi pop.
Forti influenze elettroniche e un'ammiccamento al mondo del dubstep (per loro stessa ammissione) rendono ritmiche e dinamiche particolarmente frizzanti in alcuni frangenti, costituendo con il mimimalismo del sax e il continuo e ripetitivo loop dell'Hang un giusto ed elegante quilibrio.
Se volete sentire qualcosa che in molti definiscono l'evoluzione di un genere, spesso troppo chiuso su se stesso, con azzardate e azzeccate sperimentazioni, questo disco fa per voi! .. e per me!
giovedì 10 novembre 2011
LULU - Lou Reed e Metallica (2011)
E proprio il fatto che a loro venga concesso tutto e che le loro scelte abbiano spesso generato dischi controversi e fondamentali, mi regala un ottimo terreno su cui far crescere le mie aspettative.
Poi parte il disco e ... bé ... insomma ... devo riascoltarlo.
Poi di nuovo.
Ancora e ancora.
Ora, forse, incomincio a capirci qualcosa.
La prima impressioni era stata infatti piuttosto negativa, insomma, mi aspettavo un disco difficile, ma a tratti questo LULU è al limite della musicalità. Poi torno alle mie considerazioni ed ecco emergere la chiave di lettura "secondo Lou Reed", l'uomo che ha pubblicato il disco "Metal Machine Music" nel 1975 per poi dichiarare "Le mie intenzioni erano serie, ma ero anche molto fuori di testa!".
Quindi abbandono la ricerca di una filone classico e prendo per buono cosa ascolto, facendomi rapire dall'atmosfera che si cela in questo disco doppio.
Finalmente ecco un senso a tutto questo, ecco la forza di questo disco, ecco la trama nera di un disco cupo e distaccato, profondamente interiore e decisamente pesante, anzi pesantissimo. I Metallica accettano la parte di band di supporto con lo stesso Hetfield che non si impone mai, ma che resta nei suoi spazi "a servizio" del delirante canto di Lou Reed.
L'ex Velvet Underground occupa la scena senza badare a metriche, armonie o virtuosismi, completamente rapito dalla teatralità dei suoi monologhi, in gran parte parlati, cantilenati, abbandonati ad un distacco sinistro e vaneggiante, talmente lontani dal sottofondo serrato dei Metallica, da risultare alla fine in sintonia.
Sembra di entrare in un mondo sconvolto nelle regole, stridente e spesso insensato, in cui la musica segue un percorso e la voce tutto un'altro, incontrandosi in qualche occasioni e allontanandosi in altre.
Un disco difficile, molto difficile, che vede i Metallica fare i Metallica e Lou Reed fare Lou Reed, in un inferno fatto di riff taglienti immersi in un delirio che in quanto atmosfera mi riporta a Venus in Furs, ma decisamente meno musicale.Un percorso tra attimi di delirio (Mistress Dread) e passaggi desolanti (Little Dog su tutti) che trova un senso alla fine, con la bella Junior Dad, che ti accompagna lentamente all'uscita di questo mondo buio e confuso, che assieme all'amaro in bocca, ti lascia qualcosa di affascinante...
lunedì 24 ottobre 2011
LA LOGGIA - CI FACCIAMO IN QUATTRO (2011)

Torna LA LOGGIA, che dopo RELOAD del 2009, si fa in quattro e sforna un nuovo disco cazzuto e molto curato.
CI FACCIAMO IN QUATTRO, e si sente, anzi si vede, basta considerare le uscite degli ultimi 2 anni con due dischi ufficiali e parallelamente 2 progetti personali, per Mecom con LA CLASSE DELLE ELEMENTARI e Deeiv con PERSONALE.
Ora tornano con un disco che mi piace molto e che segue, certo per combinazione, proprio il mio invito di due anni fa, ovvero sviluppare le diversità e gli stili personali di questa Rap-Band, puntando sulla personalizzazione degli stili e lo sviluppo delle singole personalità.
Il sipario si apre sul pezzo che più rappresenta questo disco, Dovrebbe essere, dove la musica, il rap viene inquadrato da quattro personali punti di vista: la metrica e lo stile per Deeiv ..non puoi chiuderle a caso, ma senza stile vai a naso, io pure a naso le chiudo ma non pensare sia un caso .. la passione di Sisla22 ... dovrebbe essere così cosi così com'è (Citazione Art31?) trasudare passione nel nome del buon rap ... i contenuti per Mecom ... il bit deve spaccare proprio come questo con massima attenzione a cosi dici nel testo... e il divertimento per Datodf ...non c'entra dove o come, ma solo se te la senti, personalmente chiama purem noi siamo già pronti, perchè oltre al resto, c'è il divertimento, l'hip hop è pure questo! ...
Il disco è praticamente un concept album che ruota attorno ai quattro rapper e ai loro stili, .. lo stesso sogno e quattro vite differenti.. come dicono nella seconda traccia che da il nome al disco.
Quattro come i colri Cmyk, a cui ognuno da voce, come le loro mani che scrivono, e stringono microfoni (A quattro mani), come le quattro Dipendenze (il cibo, il gioco, il fumo e l'alcool ) che si confondono ai vizi o come i segni con cui si tirano le somme in Piùmenoperdivisouguale.
In Regalati un attimo c'è spazio per i ringraziamenti in una ballata dai toni malinconici, mentre ben due brani vengono dedicati al difficile rapporto tra lavoro e passione per la musiaca (Diamanti del rap e Amanti del rap). Anche la società viene prese di mira, sia in Punti di svista, con una delle migliori basi del disco ed i tanti fraintendimenti che uno sguardo approssimativo regala, o in Stratificazione, fotografia del mondo attuale o ancora in Pubblicità inno amaramente sarcastico sulla "reclam".
L'autocelebrativa Guardaci adesso (sempre suddivisa in capitoli personali) e Tempo da perdere completano il disco, un lavoro che riabadisce l'incredibile attitudine di questa formazione inossidabile, la loro grande volotà e una maturazione in continuo sviluppo.
La produzione è forse la migliore nella stroria della LOGGIA che continua a guadagnarsi, lavoro dopo lavoro, un meritato e sacrosanto rispetto.
Vi invito a scaricare il disco dal sito: www.ensample.it
venerdì 30 settembre 2011
Foo Fighters - Wasting Light
Cazzuti si diceva una volta, i Foo Fighters hanno un'attitudine incredibile ad essere dei Rockers!
E' davvero un piacere ascoltare questo disco, perché suonato, perchè diretto, perchè vero.
Certo non è uno di quei dischi che segnerà la storia del rock, ma è grazie a dischi come questo che questa storia non si perde in pagine sbiadite!
Il talento di Dave Grohl è secondo solo alla sua passione per la musica e questo suo progetto principale lo dimostra con ogni uscita.
Wasting Light, vuole essere anche una risposta alla digitalizzazione della musica, i Foo Fighters hanno infatti registato il disco con strumentazioni analogiche, nel garage di Grohl, che durante la presentazione del disco si è scagliato contro le drum-machines, definendole la rovina del rock!
Ottimo anche l'esordio di Pat Smear, nuovo chitarrista che ha partecipato alla stesura dell'album (e si sente!) e ora è definitivamente "di famiglia" Figthers.
Da segnalare anche un piccolissimo cameo di Krist Novoselic (ex bassista dei Nirvana) nel decimo brano I should have known, ennesimo piccolo capolavoro di questo ottimo disco!
martedì 13 settembre 2011
ASHES dIVIDE - Keep Telling Myself It's Alright (2008)
E' diventato celebre grazie alla collaborazione con quel genio di Maynard James Keenan (Tool), cantante eccezionale con il quale ha fondato gli A PERFECT CIRCLE nel 1999. Dopo anni di militanza nella band intraprende un progetto personale, a tal punto da esserne praticamente autore, cantante, musicista, fonico e produttore: gli ASHES dIVIDE.
Keep Telling Myself It's Alright è uscito nel 2008 e mette da subito in chiaro il grande apporto di questo artista agli APC. Sono infatti tantissime le sfumature che riportano a suoni ed atmosfere di Mer The Noms o Thirteenth Step, un segno piuttosto limpido della vena creativa di Howerdel.
Dimostra anche buone qualità vocali, niente di eccelso, ma ci regala una bella prestazione che bene si sposa con tutto il resto.
Ci sono tante sorprese quindi, senza contare le partecipazioni di Andy Gerold (bassista di Marilyn Manson) e del giovane Devo Keenan (figlio di Maynard) che si prodiga al violoncello nel brano Sword.
Il disco è molto bello, senza picchi ma senza nemmeno intoppi, suona ottimamente e non manca quella vena malinconica e cupa che a volta richiama perfino i Cure.
In alcuni frangenti si affaccia anche a colori più brillanti (The Stone, The Prey) senza mai tradire il carattere di cui gode tutto questo lavoro.
Se amate i Tool, gli A P C e tutto il genere che si muove in quella galassia del rock, lo consiglio vivamente.
giovedì 26 maggio 2011
Travis Barker - Give the Drummer Some (2011)

Dopo 'Let the Drummer Get Wicked' realizzato con DJ Whoo Kid, Travis Barker esce con il suo primo disco "solista". Il virgolettato è d'obbligo quando si legge l'incredibile elenco di partecipanti alla stesura dei brani, che hanno come comune denominatore proprio le bacchette di Barker.
Essendo uno dei batteristi che apprezzo maggiormente per stile, groove, attitudine e capacità, seguo da molto tempo i progetti di questo artista, fin dal suo esordio al grande pubblico con i Blink-182, con i quali presto darà alla luce un nuovo disco, dopo un tour di Hits che ne ha sancito il ritorno sulle scene.
Travis è uno dei musicisti più attivi della scena mondiale che vante centinaia di collaborazioni e una manciata di band in cui milita.
Tra queste spiccano i Traisplant con Tim Armstrong (Rancid), i Box Care Racer e i +44. Ultimamente ha prestato "servizio" per un sacco di artisti (da Avril Lavigne per la registrazione dell'album The Best Damn Thing a Perry Farrell dei Jane's Addiction per il Justice Tour). Molto lungo anche il suo curriculum vitae oltre al drum set, dalla passione per le auto, alla sua linea di abbigliamento, passando per le apparzioni tv (C.S.I. e The Hard Times) o cinematografiche (American Pie).
Nonostante tutto, il buon Travis ha trovato il tempo per buttarsi su generi alternativi al punk rock, collaborando prima col mondo dell'Hip Hop e poi con quello dell'elettronica.
Lo sterminato elenco di amicizie che queste collaborazioni hanno portato lo si ritrova in questo disco che esce sotto LaSalle Records.
Si tratta di un disco principalmente Hip Hop, zeppo del meglio della scena east coast americana, tra gli altri Cypress Hill, Busta Rhymes, Slaughterhouse, Snoop Dogg, RZA, The Cool Kids, Pharrell Williams, Slaughterhouse, Snoop Dogg, Ludacris e tanti tanti altri.
Le tinte più rock vengono però regalate dalle collaborazioni con Tom Morello (RATM), l'onnipresente Slash, e Corey Taylor (Slipknot) che assieme a Mix Master Mike (Beastie Boys) e Steve Aoki, regalano i pezzi che più mi piacciono del disco.
Give the Drummer Some, è davvero una perla commerciale, che spopola in USA e moltiplica le vendite. Travis si diverte dietro al set senza esagerare, con il suo tocco perfetto presta la ritmica a brani che poco hanno a che vedere con il suo passato ma che una volta tanto mettono un batterista al centro della scena!
Eccovi tre singoli estratti dal disco:
venerdì 4 marzo 2011
DEEIV - PERSONALE (2010)

"Personale" arriva e atterra su ensample. Dopo un periodo di gestazione Deeiv si mette questa volta, veramente sotto e ci racconta del suo piccolo grande cosmo, della sua musica e del suo essere. Sui beats di Cereal Killah Akre's beat Vans beats e Mecom fa sentire il suo flow e ci disegna i suoi pensieri marcando forte sui valori che per lui contano veramente. Oltre a la loggia trovate su anche Ago Sly e Bras oltre a tutta la cnkings.
Questa la presentazione del lavoro solista di DEEIV che dopo Mecom esce con un disco personale, esattamente come il suo titolo.
Lo stile di Deeiv è quello che abbiamo imparato a conoscere in anni di militanza nella LOGGIA, ma in queste 13 tracce emerge una filosofia che trova tutto lo spazio necessario per essere espressa.
Basi ben curate, un suono underground con forti accenti industrial, che bene si amalgamano al carattere del disco. Deeiv parla del mondo attraverso un punto di vista intimo, che ne fa emergere una visione piuttosto cupa, spesso proiettata ad interrogare un futuro incerto o ad affermare un passato che non va dimenticato.
Si parla di vita quotidiana, di politica e di società, senza per forza voler prendere una posizione, ma raccontandone gli aspetti attraverso esperienze, dubbi e considerazioni.
Come finalmente tutti incominciano ad ammettere, il rap e l'Hip hop sono oggi gli scrigni del nuovo cantautorato impegnato Italiano, che attraverso la valorizzazione dei testi ha strappato alla musica pop questo compito, anche per la mancanza di autori che azzardano ad uscire dalla tiepida bambagia del "cuore sole amore", in cui, negli ultimi anni, la musica popolare nostrana è sprofondata.
Nei dischi come questo si trovano quindi scatti di un mondo che non viene mai raccontato, testimonianze e pensieri che non trovano spazi, ma che spesso e volentieri appartengono alla parte più vera di una società rappresentata in maniera sbagliata.
"Personale" è un disco da ascoltare, con tanti spunti per riflettere, scaricabile gratuitamente qui, anche per supportare un progetto che non va sottovalutato!
sabato 26 febbraio 2011
Avenged Sevenfold - Nightmare (2010)

Quando morì "The Rev", il batterista storico di questa giovane ma affermata band americana, la stesura del disco era praticamente finita. Nightmare sarebbe stato un concept album, alla cui scrittura hanno partecipato tutti i membri della band, ma in particolare "The Rev" che ha lasciato profonde tracce anche nei testi, nelle musiche e nelle parti di piano. Dopo la sua morte il resto della band decise di portare a termine il lavoro, ma di costruire l'album attorno alla figura del batterista, sostituito per la registrazione nientemeno che da Mike Portnoy (ex Dream Theater), suo idolo ed ispiratore. L'attesa per il disco era altissima e non ha deluso le aspettative, anzi, a giudicare da commenti e recensioni sembra di trovarsi davanti ad un piccolo capolavoro. Concordo in parte, il disco è molto bello, vario e profondo, per nulla scontato e tutt'altro che una deriva sentimentale come alcuni si aspettavano. L'apporto di Portnoy si sente, nonostante si sia attenuto spesso alla composizione di The Rev, lo stile limpido e pulitissimo, gli incastri e i fill tipici del suo bagaglio non mancano! Gran lavoro sugli arrangiamenti, sulle armonizzazioni e sulle melodie, costruite spesso su linee vocali che esaltano le doti Matthew Shadows, mai così ispirato. Certo resta un po' quello che per me è l'aspetto debole della formazione, ovvero una scarsa personalità. Mai come in questo disco gli A7X dimostrano di avere tecnica e sapersi destreggiare in stili diversi. Questo disco sembra un tributo a tutto il metal degli ultimi 20 anni: dalle armonizzazioni ai moderno Mosh dell'HC, al Trash Metal di "God Hate Us", alle venature power metal di "Welcome to the Family", passando ad un vero e proprio tributo ai Metallica nel finale di "Buried Alive", alla spledida "So far away" che tanto riporta alle ballatone stile Guns. Tanta carne al fuoco ma poco si distingue il vero carattare della band. Non parlo certo di plagi, ma questa loro capacità di mutare sacrifica una personalità che non è mai ben definita. Questo non toglie nulla al disco, che regale molto e non annoia, un ottimo lavoro che vi consiglio!
lunedì 31 gennaio 2011
LA MIA PRIMA RECENSIONE

Tutti ai Magazzini Generali
Ciao a tutti i seguaci di questo blog, io sono Andrea e come molti di voi, ho partecipato al Concerto per un Amico praticamente tutti gli anni, e ho collaborato attivamente in cucina insieme allo staff, ed ora eccomi qui a scrivervi su quanto di più figo sta capitando nel mondo della musica. La mia intenzione, per chi fosse interessato, è di portare avanti una rubrica settimanale contenete eventi, dischi, gruppi e novità e aprire eventualmente delle discussioni a riguardo, commenti e opinioni che avete a riguardo. La mia sarà un rubrica riguardante due mondi distinti della musica: il primo, da come appaiono le foto, sulla musica estrema, quindi metal e derivati, il secondo sulla musica rock e prog di derivazione più settantiana ma ancora attuale per molti gruppi in giro per il mondo. Si tratterà dunque di gruppi nuovi e vecchi, band appena uscite, e altre che si sono già sciolte. La mia non è superbia, sono solo opinioni che possono essere condivise o meno. Ringrazio per tanto lo staff del Concerto per un amico e Fabio.T per avermi dato lo spazio sul blog. Se ne avrò la possibilità fornirò anche dei resoconti riguardanti concerti a cui ho assistito e altri ai quali mi sarebbe piaciuto andare. Uno di questi, al quale ho partecipato, è stato il concerto dei Bring Me The Horizon ai Magazzini Generali di Milano avvenuto lo scorso 15 gennaio, sold-out un mese prima.

Per me era la seconda volta ai Magazzini Generali con i BMTH; la prima volta la buona sorte volle che io e il mio gruppo (STIGMA) aprissimo al loro concerto, e questo accadde circa un anno e mezzo fa. Allora mi parvero un po’ poco precisi, una grande presenza scenica accompagnata a mio avviso da una meno eccelsa preparazione dovuta probabilmente ad una non accurata esperienza. A sto giro la band inglese mi ha davvero stupito, la scelta dei brani, l’esecuzione, lo spettacolo e l’empatia con il pubblico sono state davvero impeccabili. Non sono dunque mancate le grida e i pianti dei 1700 teen-agers presenti allo show, e i più meritati complimenti.
Ma torniamo un attimo indietro alle Band che hanno riempito la serata. Partendo dai Tek-One. Primo gruppo della serata: premetto di non essere un amante del genere che proponevano, ovvero una sorta di house mista all’hard-core e altre influenze un po’ tecno, i tre (DJ, batteria e vocalist) hanno saputo scaldare bene la folla sull’onda delle loro basi senz’ombra di dubbio molto curate e interessanti, ma a mio parere non erano nel giusto contesto della serata e quindi non sono stati seguiti con il dovuto riguardo.

A seguire The Devil Wear Prada di cui vedete una foto del tastierista qui a sinistra. Americani inferociti, sono stati il mio gruppo preferito in quanto a presenza scenica; furiosi ma allo stesso tempo precisi e molto attenti alle sonorità, la scelta dei pezzi non è stata casuale e la cosa davvero figa è stata il fatto che il “piglio”, o meglio il groove, non calava mai e l’audience era sempre preso bene.

E infine, prima del dessert, gli Architects, di cui il cantante qui a destra. Signori! Questi dal punto di vista esecutivo sono stati delle macchine da guerra e l’ometto qui di fianco è stato padrone indiscusso della serata in quanto a capacità canore. Davvero fighissimi. Comunque voglio lasciarvi con alcuni link utili a darvi un'idea delle band e della serata. Li trovate qui sotto,basta cliccare sul nome della band e parte il video. Grazie e alla prossima. AB.
giovedì 13 gennaio 2011
If I die Today - Liars 2010

Il botto di fine anno ce lo regalano sicuramente gli If I die Today.
Esce Liars e giusto per la fine dell'anno arriva il clip di Ships in the Wood brano apripista dell'album che trovate CLICCANDO QUI!
Quando Dudu mi parlò del progetto mi era sembrato particolarmente esaltato dal risultato e oggi confermo con piacere che ne aveva tutte le ragioni!
Il disco è, almeno personalmente, il culmine (per ora!) dell'evoluzione della band. La produzione è ottima, specie a livello di suono, curato e con un'impatto micidiale! Tanto di cappello a Dudu (il batterista) che, senza nulla togliere agli altri, regala un'impronta personale e decesiva al carattere del disco, degnamente rappresentato da un perfetto, secondo i miei timpani, missaggio della sezione ritmica.
Tendenzialmente più solare delle cose che gli IIDT ci hanno regalato in passato, le linee vocali, meno disperate ma più curate sono il segno di una maturità raggiunta e ora ben salda.
Davvero una bella conferma, che spesso mi riporta allo stile dei Lostpropeths del secondo e terzo disco ma con venature HC che ben distinguono la band Cuneese.
Ottimo anche il video che presenta il disco (come The Road To Happiness che lo chiude!!), insomma complimenti e tanto di cappello per un risultato che sicuramente non mancherà di regalare soddisfazioni!
sabato 18 dicembre 2010
Alasdair Roberts & Friends - Too Long in This Condition (2010)
In un trip di ricerca di musica folk, mi sono imbattuto in questo artista, decisamente consolidato nella sua Scozia e nel suo Paese.Già fondatore degli Appendix Out, band con cui ha pubblicato 4 album, ora continua il suo viaggio usando il suo nome e collaborando con atri artisti e musicisti.
In realtà anche nelle esperienze precedenti Alasdair non si è mai vincolato ad una band fissa, puntando sul cantautoriato e sulla riscoperta di canzoni tradizionali, collaborando di volta in volta.
Tedesco di origini da anni vive in Scozia, figlio di un celebre chitarrista folk che gli trasmette la passione per il genere musicale.
Nel 2010 esce con "Too Long in This Condition" una bellissima riscoperta di brani tradizionali scozzesi e britannici, con l'aggiunta di una composizione strumentale realizzata dal padre.
L'abilità dei musicisti e la registrazione curata regalano al disco il giusto impatto, ricco e calorso, davvero piacevole, soprattutto per gli amanti delle sonorità nordiche e folk.
L'abilità interpretativa e comunicativa di Alasdair è tutt'altro che scontata, come in fondo tutto questo bel disco.
lunedì 26 luglio 2010
Stigma – Concerto For the Undead (2010)

La prima volta che ho avuto il piacere di ascoltare questo disco è stato nella mia sala prove, pompato dalle casse in una sorta di anteprima assoluta regalatemi da Andrea (Chitarrista degli Stigma appunto)! Già allora mi fu chiaro che il progetto degli Stigma aveva preso un’altra direzione, un evolversi che ho gradito da subito.Per chi non li conoscesse, questa formazione Italianissima (targati CN) è una delle realtà più apprezzate del panorama death metal nostrano, giunti al loro secondo album, dopo un crescendo di popolarità e sviluppo musicale.
Da sempre ispirati dal mondo del cinema Horror, e fortemente contaminati dall’hardcore (specie quello USA) e dal death (specie quello Svedese ) questo disco rispetta la loro tradizione, pur dimostrando forti cambiamenti e tante nuove tinte musicali.
Intanto è chiaro l’intento di dare una forma più tradizionale ai brani, rispettando una metrica con strofe, ritornelli e deliziosi assoli che danno un certo carattere al disco. Bellissima prova di Stefano “Vlad” Ghersi, che conferma una vocalità potente e presente, spesso accompagnata da cori o supportata da ospiti di tutto rispetto! Sono presenti infatti sul disco (prodotto da Jona Weinhofen, chitarrista dei Bring Me The Horizon) membri di Dead To Fall e The Red Shore.
La sezione ritmica di Stefano Ghigliano e Flavio Magnaldi non da tregua, un susseguirsi di incastri e rullate forsennate che trascinano il disco, costituendo l’ossatura dei brani che vedono nelle intuizioni di Andrea Bailo l’aspetto più melodico e forse più innovativo. Una fucilata insomma, in cui sono riconoscibili molte contaminazioni (In flames, Killswitch Engage..), ma che ha anche infiltrazioni più heavy e riff decisamente metalcore che danno un’impronta sempre più personale, verso uno stile che sembra in continuo sviluppo, visto soprattutto la loro grande capacità di rinnovamento.
Un ultimo plauso va alla produzione, capace di realizzare un livello qualitativo eccellente, con suoni sorprendenti ed arrangiamenti curatissimi! Decisamente un ottimo lavoro!!
martedì 22 giugno 2010
Captain Beefheart & His Magic Band – Safe as Milk (1967)
Quando un amico ti propone un disco, anticipandoti quanto è stato importante per la sua crescita musicale, e conoscendo abbastanza le proporzioni di questa crescita e i gusti piuttosto raffinati di un orecchio esperto, l’ultima cosa che mi viene da fare è provare a recensirlo. Il rischio è quello di assecondare il suo parere o andare a trovare il classico pelo nell’uovo per dimostrare di averci visto qualcosa di diverso. Ma se me lo si chiede raccolgo la sfida e propongo il mio inutile parere.
Non conoscevo Captain Beefheart (sia benedetta l’ignoranza, terreno fertile per la curiosità!) e come di consueto mi sono concesso il primo ascolto nella completa disinformazione, approfittando delle pulizie domenicali nel retro negozio, con il buon Cally che sottolineava il suo assenso all’ennesimo disco “moderno” che passava il convento. In effetti Safe as Milk è stato pubblicato nel 1967 e mi ha dato come prima impressione quella di essere una raccolta, una sorta di greatest hits con le varie fasi e le varie facce musicali di un artista. Questo per i tantissimi colori, generi e suoni che il disco offre.
Tanto è bastato per stuzzicare la mia curiosità e (grazie alla Moderna tecnologia..) con qualche click ho capito due cose: uno, questo Captain Beefheart (pseudonimo di Don Van Vliet) è un genio! Due, non basterebbero due vite per farsi un’idea di quanti artisti incredibili abbiano e continuino a lasciare il segno su questo mondo!
Chi e cosa ha fatto Captain Beefhert lo trovate riassunto su Wikipedia a me è bastato leggere la sua dichiarazione “Non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l'ho presa non bisogna pagare per averla” e la sua biografia (che denota una certa coerenza non proprio diffusa in questa società) per farmi un’idea sul personaggio.
Safe as Milk è il primo disco di Don Van Vliet, con una formazione (la Magic Band) che nel corso degli anni subirà tantissime variazioni, restando però invariata nella qualità e che riesce in questo primo lavoro a proporre praticamente ogni aspetto del panorama musicale di quel periodo, con intuizioni e sperimentazioni che richiamano band nate decenni dopo!
E’ davvero incredibile la varietà di brani che offre questo disco (versione cd ristampato nel 1999) che contiene le 12 tracce originali, più 7 Bonus provenienti dai tagli realizzati per l’album Mirror Man del 1971 (ennesimo progetto ambizioso che mescolava tecniche di registrazioni diverse e che non vide mai la luce nella forma inizialmente desiderata.),
La fine degli anni 60 era un periodo di fermento musicale pazzesco che vedeva i grandi della musica impegnati in grandi sperimentazioni che cambiarono per sempre la storia della musica rock. Safe as Milk sembra raccontare quel periodo: ha l’acidità di Hendrix, il blues nero del sud America, venature Country, Soul, Jazz, chiaroscuri alla Doors, parti musicate e attimi di lucida follia che mi ricordano i primi Led Zeppelin (che si formarono solo l’anno dopo!) e ancora quelle dissonanze alla Velvet Underground, una ballata come I'm Glad che non ti aspetti e molto altro. Uno dei più grandi album d’esordio della storia, che se ben ascoltato porta in se tracce di quello che verrà, il punk e le sue declinazioni, l’indie, il prog ecc..
Un bellissimo disco a cui affezionarsi per scoprirlo un poco alla volta e per rivalutare un periodo spesso raccontato e mai abbastanza ascoltato. L’ennesimo buon consiglio da approfondire, ma davvero, ci vorrebbero due vite!





