Giocare con la musica è divertente, ma se lo si fa con talento e con una buona dose di ironia, diventa spassoso. E' il caso di questa band, gli Xplore Yesterday, che hanno coverizzato il celebre brano di Pharrell Williams 'Happy'.
Fin qui nulla di nuovo, ne esistono migliaia di versioni, ma realizzare un brano nello stile di 10 tra le più famose metal band del pianeta è un'impresa degna di nota.
Fantastici!
Spazio aperto per tutti! Un luogo dove condividere notizie, consigli, recensioni, pensieri, progetti e musica! Il Concerto per un Amico attivo tutto l'anno! Vuoi diventare autore del blog? contattaci!
martedì 9 giugno 2015
venerdì 5 giugno 2015
sabato 30 maggio 2015
Basta poco
Basterebbe poco a cambiare le cose, per esempio basterebbe poco per individuare le responsabilità e per trarne le conclusioni.
Ennesima inchiesta che travolge il calcio, questa volta a livello mondiale, al vertice del quale regna da decenni un uomo: Blatter.
Se la situazione è questa, dalle classi amatoriali fino alle nazionali, è evidente una certa miopia ai "piani alti". Se la mia azienda è allo sbando, nonostante un prodotto che si vende, la responsabilità deve essere cercata altrove ...
Non si sa se Blatter sia colpevole di qualche reato, ma di certo in tutti questi anni non poteva non accorgersene o non ha fatto abbastanza per contrastare, insomma, è palese che nel ruolo che ricopre si è dimostrato inadatto... Basta poco, va sostituito.
Se abbiamo una commissione antimafia che dovrebbe muoversi sfruttando i poteri che il parlamento le ha affidato, ci si aspetta che faccia il suo lavoro.
Se a capo di questa commissione si sceglie una politica di lunghissima data, come Rosi Bindi, di certo non una sprovveduta e nemmeno una dilettante, ci si aspetta una competenza e non si riesce a tollerare che le indagini sugli impresentabili dia risultati parziali il giorno prima delle elezioni... Basta poco, va sostituita... punto!
giovedì 28 maggio 2015
Ruby, Arizona
Il tempo aggiusta le cose.
Così, col tempo, anche la natura si riprende gli spazi concessi all'uomo anni prima, in un mondo diverso, scomparso, le cui testimonianze restano sparpagliate sotto il sole che brucia i colori, fondendo ciò che era con ciò che non c'è più.
Ruby era una cittadina mineraria dell'Arizona, abbandonata a se stessa, scampata ai vandalismi grazia alla sua lontananza da tutto e da tutti. Il cine operatore Tom Guilmette l'ha scovata e ne ha dato un ritratto inquietante, mostrandoci gli epiloghi di storie che non conosceremo mai, tralasciando il desolante senso di oblio che lo stesso video senza audio regala.
Ghost Town Ruby Arizona - Letus Extreme Film from Tom Guilmette on Vimeo.
Così, col tempo, anche la natura si riprende gli spazi concessi all'uomo anni prima, in un mondo diverso, scomparso, le cui testimonianze restano sparpagliate sotto il sole che brucia i colori, fondendo ciò che era con ciò che non c'è più.
Ruby era una cittadina mineraria dell'Arizona, abbandonata a se stessa, scampata ai vandalismi grazia alla sua lontananza da tutto e da tutti. Il cine operatore Tom Guilmette l'ha scovata e ne ha dato un ritratto inquietante, mostrandoci gli epiloghi di storie che non conosceremo mai, tralasciando il desolante senso di oblio che lo stesso video senza audio regala.
Ghost Town Ruby Arizona - Letus Extreme Film from Tom Guilmette on Vimeo.
sabato 23 maggio 2015
Baby Metal
Lo ammetto, quando Ico mi ha mostrato questo video sono rimasto tra il perplesso e l'inquieto..
In effetti esiste un canale YouTube che raccoglie le reazioni degli utenti a questo clip, quindi, alla fine, non sono stato l'unico a storcere il naso, poi a sorridere e alla fine a divertirsi...
Sono il fenomeno musicale mondiale più inaspettato dell'anno passato, studiato a tavolino e piazzato in un mercato piuttosto difficile che ha saputo conquistare trasversalmente.
Certo fanno un certo effetto, in primo luogo perchè metal e bambine di solito si ritrovano sollo sulle copertine splatter/fantasy di alcune band black metal, in secondo luogo perchè la musica che fanno è di una qualità sorpendente (vedere i musicisti che ci sono dietro!!), terzo perchè godono del supporto e della simpatia di band tipo Slayer, Deftones, Carcass e Metallica.
Va detto che in Giappone il metal è un genere diffusissimo, fin dall'infanzia, vi ricordate alcune sigle di cartoni animati come suonavano? Le tre ragazzine inoltre sono dannatemente abili, sia nel canto che nel ballo, sfoderando linee melodiche a cavallo tra il pop e cartoon, in ogni caso estremamente orecchiabili.
Gli spettacoli sono studiatissimi e non mancano tonnellate di merchandising che strizza l'occhio al mondo manga, insomma un'operazione geniale.
Qualcuno ha fortemente criticato l'operazione, magari dimenticandosi di quante band storiche hanno caricaturato il mondo del metal, esaltandone le sfumature più epiche, ostentando improbabili costumi o mescolando le arti più disparate.
Alla fine anche il mio giudizio si allinea a quanto detto da Jeff Walker (Carcass), dopotutto sono divertenti ed è bello non prendersi troppo sul serio. Inoltre, aggiungo, ben venga che schiere di ragazzini si avvicinino a queste sonorità, magari facendosi contagiare dalla passione per gli strumenti musicali e magari svecchiando un genere spesso troppo autoreferenziale!
In effetti esiste un canale YouTube che raccoglie le reazioni degli utenti a questo clip, quindi, alla fine, non sono stato l'unico a storcere il naso, poi a sorridere e alla fine a divertirsi...
Sono il fenomeno musicale mondiale più inaspettato dell'anno passato, studiato a tavolino e piazzato in un mercato piuttosto difficile che ha saputo conquistare trasversalmente.
Certo fanno un certo effetto, in primo luogo perchè metal e bambine di solito si ritrovano sollo sulle copertine splatter/fantasy di alcune band black metal, in secondo luogo perchè la musica che fanno è di una qualità sorpendente (vedere i musicisti che ci sono dietro!!), terzo perchè godono del supporto e della simpatia di band tipo Slayer, Deftones, Carcass e Metallica.
Va detto che in Giappone il metal è un genere diffusissimo, fin dall'infanzia, vi ricordate alcune sigle di cartoni animati come suonavano? Le tre ragazzine inoltre sono dannatemente abili, sia nel canto che nel ballo, sfoderando linee melodiche a cavallo tra il pop e cartoon, in ogni caso estremamente orecchiabili.
Gli spettacoli sono studiatissimi e non mancano tonnellate di merchandising che strizza l'occhio al mondo manga, insomma un'operazione geniale.
Qualcuno ha fortemente criticato l'operazione, magari dimenticandosi di quante band storiche hanno caricaturato il mondo del metal, esaltandone le sfumature più epiche, ostentando improbabili costumi o mescolando le arti più disparate.
Alla fine anche il mio giudizio si allinea a quanto detto da Jeff Walker (Carcass), dopotutto sono divertenti ed è bello non prendersi troppo sul serio. Inoltre, aggiungo, ben venga che schiere di ragazzini si avvicinino a queste sonorità, magari facendosi contagiare dalla passione per gli strumenti musicali e magari svecchiando un genere spesso troppo autoreferenziale!
mercoledì 20 maggio 2015
Nagoro
Ayano Tsukimi è cresciuta a Nagoro, un piccolo paesino giapponese, trasformatosi negli anni in un villaggio dall'aspetto spettrale, a causa dell'abbandono graduale dei suoi abitanti sfiancati dalla difficile posizione geografica e dalla mancanza di opportunità lavorative.
Dopo la chiusura di una grande compagnia che dava lavoro a centinaia di persone, oggi Nagoro ospita circa una trentina di anime, perlopiù anziane, legate alla loro terra e votate all'isolamento.
Tornando nel suo paese Tsukimi ha cercato di impedirne l'oblio, realizzando oltre 350 bambole che impersonassero i vecchi abitanti del posto.
L'idea nacque dopo la realizzazione di uno spaventapassari, posizionato in un piccolo orto in balia degli uccelli. Vestito con i vecchi abiti del padre ne prese le forme, ricordando ad Ayano la presenza del genitore mentre lavorava la terra.
Così un po' per gioco un po' per spirito artistico, la donna ha riempito la vecchia scuola, le strade, la locanda fino a ripopolare Nagoro, almeno nell'aspetto.
Il risultato è alquanto inquietante, ma le immagini di questa "valle di bambole" ha fatto il giro del mondo, strappando il paesino all'oblio a cui era destinato.
Si trovano i video e le immagini in molti siti web, ma vi consiglio di percorrerne la via principale attraverso google maps, in un viaggio virtuale in cui si incontrano alcuni tra gli eterni abitanti del posto.
Valley of Dolls from Fritz Schumann on Vimeo.
Dopo la chiusura di una grande compagnia che dava lavoro a centinaia di persone, oggi Nagoro ospita circa una trentina di anime, perlopiù anziane, legate alla loro terra e votate all'isolamento.
Tornando nel suo paese Tsukimi ha cercato di impedirne l'oblio, realizzando oltre 350 bambole che impersonassero i vecchi abitanti del posto.
L'idea nacque dopo la realizzazione di uno spaventapassari, posizionato in un piccolo orto in balia degli uccelli. Vestito con i vecchi abiti del padre ne prese le forme, ricordando ad Ayano la presenza del genitore mentre lavorava la terra.
Così un po' per gioco un po' per spirito artistico, la donna ha riempito la vecchia scuola, le strade, la locanda fino a ripopolare Nagoro, almeno nell'aspetto.
Il risultato è alquanto inquietante, ma le immagini di questa "valle di bambole" ha fatto il giro del mondo, strappando il paesino all'oblio a cui era destinato.
Si trovano i video e le immagini in molti siti web, ma vi consiglio di percorrerne la via principale attraverso google maps, in un viaggio virtuale in cui si incontrano alcuni tra gli eterni abitanti del posto.
Valley of Dolls from Fritz Schumann on Vimeo.
sabato 16 maggio 2015
Cursed - If I Die Today (2015)
Ricevere l'invito ad un concerto segreto è sempre una cosa gradita, specie se questo avviene per la presentazione di un disco, ultimo parto in casa If I Die Today!
La serata è stata decisamente piacevole, non solo per i tanti vecchi amici che ho potuto rivedere, ma anche per lo spettacolo offertoci, a partire dei The Buckle, con il loro carattere crudo e puro.
Un bel segno d'amicizia tra musicisti di vecchia data, insieme per l'ennesimo passo musicale che tornano a condividere.
La serata è partita con una piccola apertura del duo albese, mentre i padroni di casa hanno snocciolato brano dopo brano l'intero disco.
Il concerto, in pieno stile hardcore, niente palco e pubblico faccia a faccia alla band, è stata l'ennesima conferma della grande capacità degli IIDT di tenere la scena. Niente fronzoli, poche parole e sotto con la musica, potente, spavalda e aggressiva.
Marco si conferma un frontman navigato, il perfetto anello tra la band e il pubblico, cosa non da poco se si considera una scaletta completamente inedita.
Crused offre un repertorio che non concede tregua e lo stesso emerge dal disco, nero fin dalla copertina, come la musica che contiene, come il libretto che nasconde la frase chiave di tutta la produzione: Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso.
La citazione è di quelle nobili, John Milton, il poeta seicentesco che in "Paradise Lost" narra l'episodio biblico di Adamo ed Eva e l'epopea di Satana.
Bella la grafica e bello anche il contenuto, a partire dalla qualità sonora non scontata, con alcune scelte che caratterizzano la produzione, cosa auspicabile in un oceano di dischi dai suoni identici.
Sorprende infatti una scelta nei suoni di chitarra piuttosto chiara, che esalta il lato più heavy delle canzoni, vera svolta musicale degli IIDT.
Pesanti riff che spaziano dall'hard rock allo stoner, sfumature metal e, a mio parere, un forte accento southern (vedi Patrick su tutte).
Si sono rallentati i ritmi (ennesimo ottimo lavoro di Dudu con manforte di Morgan alle 4 corde) ma non ci sono compromessi che facciano gridare allo stravolgimento, anche se a fine disco, inaspettato, arriva la title track che prende le distanze da tutto il resto (rallentando ancora) e capitola con una pesantissima marcia dal finale assodato: Darkness has come...
Gli IIDT partiranno a breve con il loro tour, un'occasione che consiglio vivamente a tutti gli appassionati, a partire dal Nuvolari il 9 di giugno.
La serata è stata decisamente piacevole, non solo per i tanti vecchi amici che ho potuto rivedere, ma anche per lo spettacolo offertoci, a partire dei The Buckle, con il loro carattere crudo e puro.
Un bel segno d'amicizia tra musicisti di vecchia data, insieme per l'ennesimo passo musicale che tornano a condividere.
La serata è partita con una piccola apertura del duo albese, mentre i padroni di casa hanno snocciolato brano dopo brano l'intero disco.
Il concerto, in pieno stile hardcore, niente palco e pubblico faccia a faccia alla band, è stata l'ennesima conferma della grande capacità degli IIDT di tenere la scena. Niente fronzoli, poche parole e sotto con la musica, potente, spavalda e aggressiva.
Marco si conferma un frontman navigato, il perfetto anello tra la band e il pubblico, cosa non da poco se si considera una scaletta completamente inedita.
Crused offre un repertorio che non concede tregua e lo stesso emerge dal disco, nero fin dalla copertina, come la musica che contiene, come il libretto che nasconde la frase chiave di tutta la produzione: Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso.
La citazione è di quelle nobili, John Milton, il poeta seicentesco che in "Paradise Lost" narra l'episodio biblico di Adamo ed Eva e l'epopea di Satana.
Bella la grafica e bello anche il contenuto, a partire dalla qualità sonora non scontata, con alcune scelte che caratterizzano la produzione, cosa auspicabile in un oceano di dischi dai suoni identici.
Sorprende infatti una scelta nei suoni di chitarra piuttosto chiara, che esalta il lato più heavy delle canzoni, vera svolta musicale degli IIDT.
Pesanti riff che spaziano dall'hard rock allo stoner, sfumature metal e, a mio parere, un forte accento southern (vedi Patrick su tutte).
Si sono rallentati i ritmi (ennesimo ottimo lavoro di Dudu con manforte di Morgan alle 4 corde) ma non ci sono compromessi che facciano gridare allo stravolgimento, anche se a fine disco, inaspettato, arriva la title track che prende le distanze da tutto il resto (rallentando ancora) e capitola con una pesantissima marcia dal finale assodato: Darkness has come...
Gli IIDT partiranno a breve con il loro tour, un'occasione che consiglio vivamente a tutti gli appassionati, a partire dal Nuvolari il 9 di giugno.
giovedì 14 maggio 2015
Impresentabili
Forse la colpa è mia, ma non ci capisco più nulla...
Le primarie ci sono state presentate come il passaggio più democratico e trasparente per arrivare alle elezioni e nonostante questo, oggi, ci troviamo davanti a candidati impresentabili, personaggi dal passato dubbioso e dal presente imbarazzante. Lo stesso Renzi dice "non li voterei", così De Luca (egli stesso da molti indicato come non candidabile..) incita a NON votarli e Saviano invita addirittura al non voto.
Immaginavo un percorso che portasse a qualcosa di differente ma mai avrei immaginato un simile epilogo.
Non bisogna votare i candidati da loro indicati, ma non si fanno nomi, ne si prendono provvedimenti.
La situazione è passata dal disastroso al grottesco e l'unica domanda che mi pare sensata è: c'è limite al peggio?
sabato 9 maggio 2015
Reggae Time
Invecchiando si diventa viziosi, si affinano i gusti e spesso li si cambia. Non sono mai stato un cultore del reggae, ma oggi, sempre più spesso, ne apprezzo il fascino.
Così oggi, ripescando tra i dischi a "5 stelle iTunes" ecco rispuntare questo capolavoro.
Così oggi, ripescando tra i dischi a "5 stelle iTunes" ecco rispuntare questo capolavoro.
giovedì 7 maggio 2015
Scatti storici
Questa fotografia è entrata nella storia del rock, unica, per esempio, ad essere finita in copertina di Rolling Stone per ben due volte.
E' stata scattata nel 1967 al Festival Pop di Monterey, da un giovane fotografo alle prime esperienze: Ed Caraeff.
Venne inviato al festival per documentare il festival e rischiò di non essere ammesso in quanto il pass che gli spettava era già stato rivendicato da qualcun altro.
Caraeff riuscì comunque ad essere accreditato e si posizionò di fronte al palco per tutto il concerto.
Al termine dell'esibizione Jimi Hendrix compì uno dei suoi gesti più celebri incendiando la sua chitarra.
Ed, a pochi passi dal chitarrista scattò una delle ultime fotografie del suo rullino e, senza saperlo, realizzò una delle fotografie più famose della storia del rock.
E' stata scattata nel 1967 al Festival Pop di Monterey, da un giovane fotografo alle prime esperienze: Ed Caraeff.
Venne inviato al festival per documentare il festival e rischiò di non essere ammesso in quanto il pass che gli spettava era già stato rivendicato da qualcun altro.
Caraeff riuscì comunque ad essere accreditato e si posizionò di fronte al palco per tutto il concerto.
Al termine dell'esibizione Jimi Hendrix compì uno dei suoi gesti più celebri incendiando la sua chitarra.
Ed, a pochi passi dal chitarrista scattò una delle ultime fotografie del suo rullino e, senza saperlo, realizzò una delle fotografie più famose della storia del rock.
venerdì 1 maggio 2015
L'ennesima replica...
Tò, ci risiamo, ancora una manifestazione, ancora guerriglia.
E posso giurarci che seguiranno condanne, minacce e promesse, accuse reciproche che sfoceranno in una guerra tra pestati e pestatori, tra chi invoca giustizia e tra chi deve farla valere. Intanto i proprietari delle auto si attaccano al caxxo, i pestati si cureranno le loro ferite accrescendo il loro odio verso chi li ha colpiti (poliziotti o manifestanti) e l'informazione avrà qualcosa di cui discutere per i prossimi giorni.
Sia, chiaro, i danni li paghiamo tutti, i guadagni andranno a pochi, magari gli stessi contro cui alcuni protestavano e tutti coloro che vorranno cavalcare l'onda, avranno nuovo materiale per accusare il proprio nemico.
Ecco, ancora una volta lo stesso film, la stessa replica, le stesse parole.
Ecco, tutti avranno nuovamente ragione a sbraitare dal loro pulpito.
Ecco, stranamente ho di nuovo quel senso di nausea.
Ci riprovo, tanto per quel che costa...
Regola n.1: il RISPETTO è reciproco altrimenti tutto quello che stai implorando non ha motivo di essere ascoltato.
n.2: MANIFESTARE, rompendo le palle non serve a niente se non a farti detestare, con buona pace delle tue ragioni!
n.3: l'unico modo per cambiare le cose è il BUON ESEMPIO! Se il mondo fa schifo è perchè in troppi parlano e in pochi fanno. Se tutti quelli che sbraitano si impegnassero altrettanto nel volontariato, nella buona politica e nel sociale, non farlo sarebbe vissuto come un'errore. Al contrario, come oggi stanno le cose, basta urlare, scrivere un opinione scopiazzata da qualche parte e farneticare su soluzioni suggerite da chi le auspica, crea solo confusione e violenza.
Volete la rivoluzione: COSTRUITE, RIPARATE, PULITE e AIUTATE, distruggere, manomettere, sporcare e fregarvene non serve a NIENTE!
n.4: una sola regola: CHI ROMPE PAGA punto!
E posso giurarci che seguiranno condanne, minacce e promesse, accuse reciproche che sfoceranno in una guerra tra pestati e pestatori, tra chi invoca giustizia e tra chi deve farla valere. Intanto i proprietari delle auto si attaccano al caxxo, i pestati si cureranno le loro ferite accrescendo il loro odio verso chi li ha colpiti (poliziotti o manifestanti) e l'informazione avrà qualcosa di cui discutere per i prossimi giorni.
Sia, chiaro, i danni li paghiamo tutti, i guadagni andranno a pochi, magari gli stessi contro cui alcuni protestavano e tutti coloro che vorranno cavalcare l'onda, avranno nuovo materiale per accusare il proprio nemico.
Ecco, ancora una volta lo stesso film, la stessa replica, le stesse parole.
Ecco, tutti avranno nuovamente ragione a sbraitare dal loro pulpito.
Ecco, stranamente ho di nuovo quel senso di nausea.
Ci riprovo, tanto per quel che costa...
Regola n.1: il RISPETTO è reciproco altrimenti tutto quello che stai implorando non ha motivo di essere ascoltato.
n.2: MANIFESTARE, rompendo le palle non serve a niente se non a farti detestare, con buona pace delle tue ragioni!
n.3: l'unico modo per cambiare le cose è il BUON ESEMPIO! Se il mondo fa schifo è perchè in troppi parlano e in pochi fanno. Se tutti quelli che sbraitano si impegnassero altrettanto nel volontariato, nella buona politica e nel sociale, non farlo sarebbe vissuto come un'errore. Al contrario, come oggi stanno le cose, basta urlare, scrivere un opinione scopiazzata da qualche parte e farneticare su soluzioni suggerite da chi le auspica, crea solo confusione e violenza.
Volete la rivoluzione: COSTRUITE, RIPARATE, PULITE e AIUTATE, distruggere, manomettere, sporcare e fregarvene non serve a NIENTE!
n.4: una sola regola: CHI ROMPE PAGA punto!
giovedì 30 aprile 2015
lunedì 27 aprile 2015
Impotenza e stupidità
Come stride il mondo, da una parte l'impotenza dell'uomo sulla natura e sulla sua potenza, dall'altra la stupidità della violenza per motivi tanto futili quanto stupidi.
mercoledì 22 aprile 2015
Non si cambia mai
L'ennesima tragedia in un mare che mai come negli ultimi anni è diventato un cimitero.
Uomini, persone, disperati ed approfittatori, attorno ai quali danzano avvoltoi, a cui poco importa di quanto accade, pronti a piangere davanti alle telecamere o a lavarsi la coscienza con discorsi pregni di buoni propositi.
Nulla cambia, piccole azioni che mirano a calmare gli animi, senza curarsi della situazione che si aggrava, scatenando una guerra tra disperati, tra chi non è pronto ad accogliere e chi non può non partire.
Dai lontani tavoli europei su cui rimbalzano colpe e responsabilità, fino a quei baracconi galleggianti, dove in caso di pericolo si sceglie chi sacrificare in base alla religione, nulla sembra cambiare.
Eppure chiamare emergenza questa situazione sa d'imbroglio, perchè è insito nel termine il fattore temporale che svanisce nei lunghi anni in cui queste tragedie si susseguono.
Eppure hanno ragione tutti: non si può chiudere le porte in faccia a chi fugge per salvarsi, non si può aprire le porte con l'evidente incapacità di accogliere seriamente chi arriva tutelando la loro salute e la nostra sicurezza, non si può chiedere che intervengano gli altri quando noi stessi abbiamo sempre rinviato le decisioni, spesso per favorire chi lucra su queste disgrazie.
Contemporaneamente non si può pretendere che uno Stato, a causa della sua posizione geografica si faccia carico di un esodo che riguarda ormai un continente.
Ha ragione chi dice che stiamo pagando il prezzo di secoli di saccheggi e sfruttamenti, di politiche che hanno portato al potere tirannie e uomini corrotti che potessero favorire i nostri "commerci".
Ha ragione anche chi dice che non possiamo farci carico di problematiche legate a terre in cui i valori e le ideologie sono spesso in contraddizione con le nostre.
Insomma, hanno ragione tutti e per conseguenza tutti hanno torto.
Nel frattempo altre persone fuggiranno da guerre e carestie finendo affogati, e chissà cosa penseranno in quei momenti, mentre la vita che cercavano di salvarsi gli viene strappata nella solitudine di un mare che separa due mondi così diversi.
Purtroppo però questo non cambierà, almeno non nel nostro paese, dove un opinione viene tacciata di razzismo e un proposito di ipocrisia.
Non è cambiato nulla se non l'odio che aumenta assieme alle difficoltà, odio da parte di chi individua negli stranieri i responsabili delle mancanze che rendono la loro vita un inferno. Odio da parte di chi vede queste persone come razzisti e violenti, un pericolo da contrastare. Odio partorito dalle istituzioni che lo alimentano per nascondere la propria incompetenza.
Non si cambia mai perché non lo sappiamo fare, perché cambiamento significa mettersi in discussione, rinunciare a delle certezze per poter avere delle opportunità.
Non si cambia perché per farlo bisogna essere spesso impopolari, al limite del crudele, perché una società civile si basa sull'uguaglianza e non sul garantismo ostentato.
Non si cambia perchè in qualche decennio siamo passati da un sogno ad una triste realtà in cui i diritti si sono confusi con i doveri, in cui le differenze si sono accentuate e in cui alcuni privilegi non sono più permessi.
Uomini, persone, disperati ed approfittatori, attorno ai quali danzano avvoltoi, a cui poco importa di quanto accade, pronti a piangere davanti alle telecamere o a lavarsi la coscienza con discorsi pregni di buoni propositi.
Nulla cambia, piccole azioni che mirano a calmare gli animi, senza curarsi della situazione che si aggrava, scatenando una guerra tra disperati, tra chi non è pronto ad accogliere e chi non può non partire.
Dai lontani tavoli europei su cui rimbalzano colpe e responsabilità, fino a quei baracconi galleggianti, dove in caso di pericolo si sceglie chi sacrificare in base alla religione, nulla sembra cambiare.
Eppure chiamare emergenza questa situazione sa d'imbroglio, perchè è insito nel termine il fattore temporale che svanisce nei lunghi anni in cui queste tragedie si susseguono.
Eppure hanno ragione tutti: non si può chiudere le porte in faccia a chi fugge per salvarsi, non si può aprire le porte con l'evidente incapacità di accogliere seriamente chi arriva tutelando la loro salute e la nostra sicurezza, non si può chiedere che intervengano gli altri quando noi stessi abbiamo sempre rinviato le decisioni, spesso per favorire chi lucra su queste disgrazie.
Contemporaneamente non si può pretendere che uno Stato, a causa della sua posizione geografica si faccia carico di un esodo che riguarda ormai un continente.
Ha ragione chi dice che stiamo pagando il prezzo di secoli di saccheggi e sfruttamenti, di politiche che hanno portato al potere tirannie e uomini corrotti che potessero favorire i nostri "commerci".
Ha ragione anche chi dice che non possiamo farci carico di problematiche legate a terre in cui i valori e le ideologie sono spesso in contraddizione con le nostre.
Insomma, hanno ragione tutti e per conseguenza tutti hanno torto.
Nel frattempo altre persone fuggiranno da guerre e carestie finendo affogati, e chissà cosa penseranno in quei momenti, mentre la vita che cercavano di salvarsi gli viene strappata nella solitudine di un mare che separa due mondi così diversi.
Purtroppo però questo non cambierà, almeno non nel nostro paese, dove un opinione viene tacciata di razzismo e un proposito di ipocrisia.
Non è cambiato nulla se non l'odio che aumenta assieme alle difficoltà, odio da parte di chi individua negli stranieri i responsabili delle mancanze che rendono la loro vita un inferno. Odio da parte di chi vede queste persone come razzisti e violenti, un pericolo da contrastare. Odio partorito dalle istituzioni che lo alimentano per nascondere la propria incompetenza.
Non si cambia mai perché non lo sappiamo fare, perché cambiamento significa mettersi in discussione, rinunciare a delle certezze per poter avere delle opportunità.
Non si cambia perché per farlo bisogna essere spesso impopolari, al limite del crudele, perché una società civile si basa sull'uguaglianza e non sul garantismo ostentato.
Non si cambia perchè in qualche decennio siamo passati da un sogno ad una triste realtà in cui i diritti si sono confusi con i doveri, in cui le differenze si sono accentuate e in cui alcuni privilegi non sono più permessi.
sabato 18 aprile 2015
martedì 14 aprile 2015
70'Blackmore
Taglia il traguardo dei 70 anni uno dei più grandi musicisti della storia del rock: Ritchie Blackmore.
Sarebbe stato troppo semplice celebrarlo con un pezzo dei Deep Purple che ha contribuito a creare e a trasformare nel mito che sono diventati.
Nella sua lunga carriera Blackmore ha attraversato tante epoche, permettendosi il lusso, privilegio dei grandi devoti alla musica, di tracciare nuovi sentieri, di prendere ed abbandonare band, collaborare con i più grandi ma anche con i giovani più intraprendenti, fino a dedicarsi assieme alla moglie al suo progetto più recente e forse più "estremo", in una riscoperta della musica rinascimentale, trasformata con alchimie rock, in qualcosa di più moderno.
I Blackmore's Night non sono certo un progetto che mira a scalare le classifiche ne tantomeno punta ad un'autocelebrazione cavalcando il fantasma di se stesso.
I Blackmore's Night sono un vero e proprio tributo alla musica medioevale, con tanto di costumi e concerti selezionati tra fiere rinascimentali e meravigliosi castelli, con un seguito minore ma ben motivato ed affezionato.
Blackmore ha dimostrato nella sua carriera di aver vinto il peso del personaggio che era diventato, seguendo le sue passioni e costruendoci un mondo attorno, esattamente come fece alla fine degli anni 60, trasformando il suo stile nei pilastri del rock.
Sarebbe stato troppo semplice celebrarlo con un pezzo dei Deep Purple che ha contribuito a creare e a trasformare nel mito che sono diventati.
Nella sua lunga carriera Blackmore ha attraversato tante epoche, permettendosi il lusso, privilegio dei grandi devoti alla musica, di tracciare nuovi sentieri, di prendere ed abbandonare band, collaborare con i più grandi ma anche con i giovani più intraprendenti, fino a dedicarsi assieme alla moglie al suo progetto più recente e forse più "estremo", in una riscoperta della musica rinascimentale, trasformata con alchimie rock, in qualcosa di più moderno.
I Blackmore's Night non sono certo un progetto che mira a scalare le classifiche ne tantomeno punta ad un'autocelebrazione cavalcando il fantasma di se stesso.
I Blackmore's Night sono un vero e proprio tributo alla musica medioevale, con tanto di costumi e concerti selezionati tra fiere rinascimentali e meravigliosi castelli, con un seguito minore ma ben motivato ed affezionato.
Blackmore ha dimostrato nella sua carriera di aver vinto il peso del personaggio che era diventato, seguendo le sue passioni e costruendoci un mondo attorno, esattamente come fece alla fine degli anni 60, trasformando il suo stile nei pilastri del rock.
venerdì 10 aprile 2015
Concordo
Come spesso accade sono in pieno accordo alla riflessione di Massimo Gramellini suglie eventi di ieri, comprese le reazioni!
FONTE LA STAMPA
Un paranoide condannato per bancarotta fraudolenta compie una strage a palazzo di Giustizia, ammazzando tra gli altri anche un giudice, e immancabilmente salta su qualcuno a denunciare il clima ostile creatosi intorno alla magistratura. Come se ad armare la mano omicida fosse stata la polemica politica sulla responsabilità civile e le ferie dei giudici. Come se quel magistrato fosse stato ucciso in quanto simbolo dell’indipendenza delle toghe e non in quanto bersaglio di una resa dei conti maturata nella testa di un uomo ossessivamente ripiegato sui fattacci suoi. (A cui nessuno aveva pensato di togliere il porto d’armi dopo la condanna: è questo, oltre alle difese colabrodo del tribunale, il vero mistero e il vero scandalo).
Poiché la lista dei morti è completata da un avvocato e da un socio dell’assassino, se ne deve forse dedurre che anche le categorie degli avvocati e dei soci avrebbero diritto di lamentare un atteggiamento persecutorio nei loro confronti? Gherardo Colombo ha sicuramente parlato sotto l’impulso del dolore personale: quel giudice era un ex collega e un amico. E prima di svalutare il lavoro dei magistrati bisogna sempre ricordarsi, come ha fatto Mattarella, che operano in prima linea sulla carne viva del Paese. Ma certe manipolazioni emotive della realtà alimentano il mostro nazionale del vittimismo. Mentre Colombo commentava un fatto di cronaca nera per sottolineare il disagio della magistratura, altri trasformavano il truffatore omicida in un prodotto della crisi economica. E così si perdeva di vista che a uccidere e a morire non erano stati dei simboli, ma degli esseri umani.
FONTE LA STAMPA
Un paranoide condannato per bancarotta fraudolenta compie una strage a palazzo di Giustizia, ammazzando tra gli altri anche un giudice, e immancabilmente salta su qualcuno a denunciare il clima ostile creatosi intorno alla magistratura. Come se ad armare la mano omicida fosse stata la polemica politica sulla responsabilità civile e le ferie dei giudici. Come se quel magistrato fosse stato ucciso in quanto simbolo dell’indipendenza delle toghe e non in quanto bersaglio di una resa dei conti maturata nella testa di un uomo ossessivamente ripiegato sui fattacci suoi. (A cui nessuno aveva pensato di togliere il porto d’armi dopo la condanna: è questo, oltre alle difese colabrodo del tribunale, il vero mistero e il vero scandalo).
Poiché la lista dei morti è completata da un avvocato e da un socio dell’assassino, se ne deve forse dedurre che anche le categorie degli avvocati e dei soci avrebbero diritto di lamentare un atteggiamento persecutorio nei loro confronti? Gherardo Colombo ha sicuramente parlato sotto l’impulso del dolore personale: quel giudice era un ex collega e un amico. E prima di svalutare il lavoro dei magistrati bisogna sempre ricordarsi, come ha fatto Mattarella, che operano in prima linea sulla carne viva del Paese. Ma certe manipolazioni emotive della realtà alimentano il mostro nazionale del vittimismo. Mentre Colombo commentava un fatto di cronaca nera per sottolineare il disagio della magistratura, altri trasformavano il truffatore omicida in un prodotto della crisi economica. E così si perdeva di vista che a uccidere e a morire non erano stati dei simboli, ma degli esseri umani.
martedì 7 aprile 2015
Two Gallants - What the Toll Tells (2006)
Saranno i postumi del viaggio in Irlanda, il verde acceso delle colline che aciuganavo al sole o lo 'svacco' culinario e fisico della giornata di ieri, ma più più volte ho pensato a questo disco come plausibile colonna sonora delle ore che passavano.
In effetti un qualche cosa a che fare con l'irlanda i Two Gallants ce l'hanno: il loro nome è tratto dal racconto Gente di Dublino di James Joyce.
A pensarci bene anche il carattere folk del disco si sposa bene con lo stile bucolico che ha caratterizzato il mio dopo Pasqua.
Se poi forziamo un po' anche il fatto che siano californiani, che ci siano parti di armonica e lunghe ballate appoggiate ad arpeggi pizzicati su chitarre acustiche, bé, un po' di "svacco" ce lo possiamo immaginare!
Di certo è che i Two Gallants sono e restano un duo straordinario nella loro semplicità e questo disco è così ricco da essere perfetto per tante occasioni, comprese le Pasquette bucoliche tra braciole e buon vino (e birra)!
Il disco in questione è What the Toll Tells, del 2006, fondamentalmente perchè la canzone che mi girava in testa era Threnody in Minor B, con tutte le sue contaminazioni.
Folk, Country, Punk, Rock e Blues, tutto mescolato e spremuto da nove canzoni che non si appoggiano a grandi produzioni, ma che hanno quel sapore genuino e un po' grazzo che si nasconde nelle cose fatte con devozione, senza l'ansia del dover sembrare perfette.
In effetti un qualche cosa a che fare con l'irlanda i Two Gallants ce l'hanno: il loro nome è tratto dal racconto Gente di Dublino di James Joyce.
A pensarci bene anche il carattere folk del disco si sposa bene con lo stile bucolico che ha caratterizzato il mio dopo Pasqua.
Se poi forziamo un po' anche il fatto che siano californiani, che ci siano parti di armonica e lunghe ballate appoggiate ad arpeggi pizzicati su chitarre acustiche, bé, un po' di "svacco" ce lo possiamo immaginare!
Di certo è che i Two Gallants sono e restano un duo straordinario nella loro semplicità e questo disco è così ricco da essere perfetto per tante occasioni, comprese le Pasquette bucoliche tra braciole e buon vino (e birra)!
Il disco in questione è What the Toll Tells, del 2006, fondamentalmente perchè la canzone che mi girava in testa era Threnody in Minor B, con tutte le sue contaminazioni.
Folk, Country, Punk, Rock e Blues, tutto mescolato e spremuto da nove canzoni che non si appoggiano a grandi produzioni, ma che hanno quel sapore genuino e un po' grazzo che si nasconde nelle cose fatte con devozione, senza l'ansia del dover sembrare perfette.
sabato 4 aprile 2015
Musica dalla natura
Diego Stocco è un musicista italiano che da anni realizza musiche piuttosto particolari.
E' diventato celebre grazia ad alcuni video virali realizzati suonando elementi non proprio convenzionali.
In questo, per esempio, girato per celebrare l'Earth day 2012, Diego suona piante, semi, frutta e foglie raggiungendo un risultato sorprendente!
Diego Stocco - Music from Nature from Diego Stocco on Vimeo.
E' diventato celebre grazia ad alcuni video virali realizzati suonando elementi non proprio convenzionali.
In questo, per esempio, girato per celebrare l'Earth day 2012, Diego suona piante, semi, frutta e foglie raggiungendo un risultato sorprendente!
Diego Stocco - Music from Nature from Diego Stocco on Vimeo.
martedì 31 marzo 2015
Dublino
Un breve viaggio a Dublino per capire quanto sia bella l'Irlanda e il suo carattere.
Tra scampagnate, pinte di Guinness e piatti più o meno tradizionali, ci siamo innamorati delle sue vie, della sua storia, del suo clima decisamente variabile e naturalmente dei suoi pub.
Tra i tanti incontri quello con Stephen Cooper è stato tra i più apprezzati.
Si tratta di un cantautore-chitarrista, membro del duo Scoops music, che abbiamo incontrato durante una sua esibizione in uno dei tanti, meravigliosi locali di Temple Bar.
Tra cover, brani originali e brindisi, ci ha regalato una bellissima serata!
Tra scampagnate, pinte di Guinness e piatti più o meno tradizionali, ci siamo innamorati delle sue vie, della sua storia, del suo clima decisamente variabile e naturalmente dei suoi pub.
Tra i tanti incontri quello con Stephen Cooper è stato tra i più apprezzati.
Si tratta di un cantautore-chitarrista, membro del duo Scoops music, che abbiamo incontrato durante una sua esibizione in uno dei tanti, meravigliosi locali di Temple Bar.
Tra cover, brani originali e brindisi, ci ha regalato una bellissima serata!
venerdì 27 marzo 2015
L'ultimo tramonto
Cosa è successo sul maledetto volo che è tragicamente terminato sulle vette alpine francesi lo si può intuire, ma cosa è passato nella testa di un pilota, che volontariamente commette un omicidio, con l'alibi (ancora da stabilire) del suicidio... non lo sapremo mai.
Resta la rabbia dei famigliari, mista ad un dolore che si acutizza al pensiero di quegli ultimi istanti di cui restano le sole, terribili, testimonianze audio.
Resta la beffa, per un sistema di sicurezza che si trasforma in tutela per un gesto folle ed imprevedibile.
Resta la cinica consapevolezza che una cosa tanto assurda sia comunque meno probabile di un guasto tecnico e quindi una sorta di magra consolazione in vista dei nostri viaggi futuri.
Resta l'assurda sensazione che se un gesto tanto folle sia da imputare al mostro della depressione sia contemporaneamente meno odioso di un gesto terroristico ma drammaticamente più egoista ed incomprensibile.
Restano i frammenti sparsi sulle rocce, i tanti dubbi ancora da chiarire e quella sensazione di impotenza nello scegliere di mettere la propria vita nelle mani di un'altra persona.
Resta il cordoglio per le tante vittime di una fine assurda e spaventosa, come la certezza di non poter controllare quello che di buono o maledetto si annida nei nostri pensieri.
Resta la rabbia dei famigliari, mista ad un dolore che si acutizza al pensiero di quegli ultimi istanti di cui restano le sole, terribili, testimonianze audio.
Resta la beffa, per un sistema di sicurezza che si trasforma in tutela per un gesto folle ed imprevedibile.
Resta la cinica consapevolezza che una cosa tanto assurda sia comunque meno probabile di un guasto tecnico e quindi una sorta di magra consolazione in vista dei nostri viaggi futuri.
Resta l'assurda sensazione che se un gesto tanto folle sia da imputare al mostro della depressione sia contemporaneamente meno odioso di un gesto terroristico ma drammaticamente più egoista ed incomprensibile.
Restano i frammenti sparsi sulle rocce, i tanti dubbi ancora da chiarire e quella sensazione di impotenza nello scegliere di mettere la propria vita nelle mani di un'altra persona.
Resta il cordoglio per le tante vittime di una fine assurda e spaventosa, come la certezza di non poter controllare quello che di buono o maledetto si annida nei nostri pensieri.
martedì 24 marzo 2015
Got the time
Quando ascoltai per la prima volta questa canzone in disco live degli Anthrax fu amore a primo play!
Preso dalla curiosità di scoprire i 'big four', da fanatico dei Metallica e sedotto dagli Slayer, volevo chiudere il cerchio con le altre due band che rappresentavano l'ossatura del thrash metal: Megadeth e appunto gli Anthrax.
All'epoca avevo appena comprato uno stereo con lettore cd, i masterizzatori, costosissimi, erano appena apparsi sul mercato ed erano rarissimi e Napster era ancora una chimera a cui nessuno nemmeno pensava.
Per chi si aggirava affamato di musica, armato di riviste ed in cerca di un passaggio per arrivare al negozio di dischi più vicino, per farsi un idea, esisteva solo lo scambio di cd e le cassettine da far divorare ai wolkman, tramandate di mano in mano senza mai un vero proprietario.
Ricordo di aver comprato un live perchè non ero riuscito a trovare una raccolta, così fui travolto dalla spaventosa energia degli Anthrax, che tra i big four erano di certo quelli meno legati ai classicismi del metal.
Il primo ascolto fu travolgente, c'era del punk, del rap, del metal, insomma una vagonata di stili, forse non sempre coerenti, ma sicuramente affascinanti.
Got the time era una delle mie canzoni preferite, il riff di basso, suonato da Frank Bello fustigando le corde con il plettro, era uno delle intro capaci di infiammare le platee!
Ho scoperto solo da poco che questa canzone era una cover e cercando l'originale ne ho apprezzato meglio la composizione, scoprendone anche l'autore, tale Joe Jackson, inglese tra i guru della New Wave.
Jackson non apprezzò molto il rifacimento degli Anthrax, ma è innegabile che la loro versione rese molto più celebre il pezzo, incastonandolo tra le pietre più classiche e pregiate del metal.
Preso dalla curiosità di scoprire i 'big four', da fanatico dei Metallica e sedotto dagli Slayer, volevo chiudere il cerchio con le altre due band che rappresentavano l'ossatura del thrash metal: Megadeth e appunto gli Anthrax.
All'epoca avevo appena comprato uno stereo con lettore cd, i masterizzatori, costosissimi, erano appena apparsi sul mercato ed erano rarissimi e Napster era ancora una chimera a cui nessuno nemmeno pensava.
Per chi si aggirava affamato di musica, armato di riviste ed in cerca di un passaggio per arrivare al negozio di dischi più vicino, per farsi un idea, esisteva solo lo scambio di cd e le cassettine da far divorare ai wolkman, tramandate di mano in mano senza mai un vero proprietario.
Ricordo di aver comprato un live perchè non ero riuscito a trovare una raccolta, così fui travolto dalla spaventosa energia degli Anthrax, che tra i big four erano di certo quelli meno legati ai classicismi del metal.
Il primo ascolto fu travolgente, c'era del punk, del rap, del metal, insomma una vagonata di stili, forse non sempre coerenti, ma sicuramente affascinanti.
Got the time era una delle mie canzoni preferite, il riff di basso, suonato da Frank Bello fustigando le corde con il plettro, era uno delle intro capaci di infiammare le platee!
Ho scoperto solo da poco che questa canzone era una cover e cercando l'originale ne ho apprezzato meglio la composizione, scoprendone anche l'autore, tale Joe Jackson, inglese tra i guru della New Wave.
Jackson non apprezzò molto il rifacimento degli Anthrax, ma è innegabile che la loro versione rese molto più celebre il pezzo, incastonandolo tra le pietre più classiche e pregiate del metal.
venerdì 20 marzo 2015
martedì 17 marzo 2015
Il cattivo sapere
Ho parlato spesso di quanto l'informazione sul web, libera da ogni costrizione, sia finita nella trappola dell'abuso, schiacciata sotto migliaia di tasti che battono supposizioni spacciandole per fatti, ipotesi per verità, dubbi per certezze.
Purtroppo nell'oceano di internet vale una sola legge: trovi quello che vuoi trovare.
In effetti questo vale anche nella vita reale: si ascolta quello che si vuol sentire, ma mentre nella vita di tutti i giorni esiste l'autorevolezza o meno di un'interlocutore, sul web si casca male, le citazioni sono spesso imparziali e appannate, i fatti esposti a profili alterni e le fonti spesso ignote.
La colpa è nostra, troppo pigri per documentarci, pavidi per smentirci e affascinati dalle tesi capaci di tranquillizzarci.
Proprio questo è un metodo frequentemente utilizzato per condizionare i consumi, società che ordinano ricerche mirate per poi sfruttarne i risultati e realizzarci campagne pubblicitarie sui social, dove l'attenzione della gente è quella desiderata: abbastanza alta per le cazzate e troppo bassa per le cose importanti.
Per fare un esempio, se da domani si pubblica una ricerca dove si stabilisce che il consumo di spinaci favorisce la caduta dei capelli (sto inventando..), senza dire che altri fattori sono ben più determinanti o specificare che bisognerebbe consumarne a quintali, oppure omettendo tutte le altre grandi qualità della celebre verdura, avremmo centinaia di stempiati pronti a credere che braccio di ferro fosse il primo grande esempio che conferma questa tesi!
Immaginate questo esempio per tematiche ben più gravi e per giri d'affari ben maggiori di quello degli spinaci... e immaginate se allo spinacio si proponesse un'alternativa con un'altra verdure facendo il gioco opposto.. chi ci guadagnerebbe? E se la ricerca fosse evitata raccogliendo molto più semplicemente fantomatiche citazioni su blog e forum? ... a fidarsi...
Inoltre, spesso, le cose nascono senza malizia, magari per semplici ragioni etiche, per simpatia o convinzioni personali, argomenti che si diffondono di portale in portale, confermati da saccenti integralisti che non trovano spazio da nessun'altra parte se non sul web, ma lalla fine la notizia passa per vera o almeno per vorosimile (cosa ben diversa!).
Insomma, ci siamo, siamo arrivati all'opposto delle nostre paure analogiche, al paradosso delle nostre complottistiche convinzioni che un'informazione imbavagliata ci mostrava un solo lato del mondo, a servizio di chi la sfruttava per condizionare le nostre scelte.
Eccoci al mercato delle autorità, barattate per la popolarità di una notizia, presa per buono per il prezzo miserabile del non doverci sforzare a metterle in discussione.
La scienza e la medicina in mano ad oratori senza competenza, distribuite in comode vignette ad un pubblico senza pretese, pronti ad abboccare all'amo più accattivante, diventati intolleranti alla verità spesso più scomode di chi, per una vita, ha studiato l'argomento.
Vi invito a leggere questa pagina e trarne le vostre conclusioni, piangendo le prime vittime di un sistema sempre più alla deriva: VAFFANCULO STRO**I!
Purtroppo nell'oceano di internet vale una sola legge: trovi quello che vuoi trovare.
In effetti questo vale anche nella vita reale: si ascolta quello che si vuol sentire, ma mentre nella vita di tutti i giorni esiste l'autorevolezza o meno di un'interlocutore, sul web si casca male, le citazioni sono spesso imparziali e appannate, i fatti esposti a profili alterni e le fonti spesso ignote.
La colpa è nostra, troppo pigri per documentarci, pavidi per smentirci e affascinati dalle tesi capaci di tranquillizzarci.
Proprio questo è un metodo frequentemente utilizzato per condizionare i consumi, società che ordinano ricerche mirate per poi sfruttarne i risultati e realizzarci campagne pubblicitarie sui social, dove l'attenzione della gente è quella desiderata: abbastanza alta per le cazzate e troppo bassa per le cose importanti.
Per fare un esempio, se da domani si pubblica una ricerca dove si stabilisce che il consumo di spinaci favorisce la caduta dei capelli (sto inventando..), senza dire che altri fattori sono ben più determinanti o specificare che bisognerebbe consumarne a quintali, oppure omettendo tutte le altre grandi qualità della celebre verdura, avremmo centinaia di stempiati pronti a credere che braccio di ferro fosse il primo grande esempio che conferma questa tesi!
Immaginate questo esempio per tematiche ben più gravi e per giri d'affari ben maggiori di quello degli spinaci... e immaginate se allo spinacio si proponesse un'alternativa con un'altra verdure facendo il gioco opposto.. chi ci guadagnerebbe? E se la ricerca fosse evitata raccogliendo molto più semplicemente fantomatiche citazioni su blog e forum? ... a fidarsi...
Inoltre, spesso, le cose nascono senza malizia, magari per semplici ragioni etiche, per simpatia o convinzioni personali, argomenti che si diffondono di portale in portale, confermati da saccenti integralisti che non trovano spazio da nessun'altra parte se non sul web, ma lalla fine la notizia passa per vera o almeno per vorosimile (cosa ben diversa!).
Insomma, ci siamo, siamo arrivati all'opposto delle nostre paure analogiche, al paradosso delle nostre complottistiche convinzioni che un'informazione imbavagliata ci mostrava un solo lato del mondo, a servizio di chi la sfruttava per condizionare le nostre scelte.
Eccoci al mercato delle autorità, barattate per la popolarità di una notizia, presa per buono per il prezzo miserabile del non doverci sforzare a metterle in discussione.
La scienza e la medicina in mano ad oratori senza competenza, distribuite in comode vignette ad un pubblico senza pretese, pronti ad abboccare all'amo più accattivante, diventati intolleranti alla verità spesso più scomode di chi, per una vita, ha studiato l'argomento.
Vi invito a leggere questa pagina e trarne le vostre conclusioni, piangendo le prime vittime di un sistema sempre più alla deriva: VAFFANCULO STRO**I!
sabato 14 marzo 2015
Il giardino del suono
Nel 1982 l'artista Douglas Hollis, realizzò nei pressi di Seattle, dodici strutture metalliche simili a delle torrette, attrezzate con lunghi tubi cavi e pannelli per allinearsi al vento.
L'effetto creato è quello di una sinfonia continua generata dal vento, resa ancor più surreale dal desolato paesaggio in cui si trova.
L'istallazione è pubblica, anche se dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, gli accessi vengono monitorati e i controlli sono diventati continui.
L'opera divenne famosa nello stato Washington e ispirò una neonata band locale che ne prese il nome, diventando poi un icona del grounge mondial: i Soundgarden appunto!
L'effetto creato è quello di una sinfonia continua generata dal vento, resa ancor più surreale dal desolato paesaggio in cui si trova.
L'istallazione è pubblica, anche se dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, gli accessi vengono monitorati e i controlli sono diventati continui.
L'opera divenne famosa nello stato Washington e ispirò una neonata band locale che ne prese il nome, diventando poi un icona del grounge mondial: i Soundgarden appunto!
martedì 10 marzo 2015
Boardwalk Empire.. addio.
Si chiude con la quinta stagione la serie capolavoro prodotta da Martin Scorsese e interpretata da un magistrale Steve Buscemi.
Pur avendo ottenuto risultati eccellenti, frutto di un cast strepitoso, una produzione rigorosa e da una sceneggiatura che mescola sapientemente storia e finzione, Boardwalk Empire mi ha sempre dato l'impressione di non aver mai goduto del successo che meritava.
Dopo quattro stagioni strepitose, in cui i personaggi sono stati spogliati di ogni maschera, in un percorso tanto intenso quanto mai scontato, si è giunto ad un epilogo dal sapore agrodolce, capace in otto puntate di sciogliere ogni nodo, attraverso ad una narrazione inedita rispetto al passato, senza scendere a facili compromessi, nel rispetto (fin dove possibile) della storia reale.
56 puntate per raccontare un periodo storico crudo e violento, quello dell'America degli anni 20, in cui si intrecciano le storie dei contrabbandieri, della mafia, dei militari sfuggiti alla Grande Guerra, dei conflitti razziali, di una finanza e di una politica in procinto di essere inghiottiti dalla modernità.
Per saperne di più sull'ultima stagione vi segnalo questa magnifica recensione, occhio agli spoiler, ma aggiungo ai grandi pregi evidenti di questa serie, anche una massiccia ed accurata selezione musicale, fatta di grandi classici e reinterpretazioni di brani ripescati da un passato lontano.
Tra le tante cose che si ricorderanno di questa serie, di certo la sigla iniziale sarà una di queste, con la colonna sonora dei The Brian Jonestown Massacre, ad incorniciare una sequenza di immagini che racchiudono tutta la storia: un elegante "Nucky" Thompson lascia il lungomare per la spiaggia, scrutando l'oceano che nel tempo di una sigaretta si sfoga in una tempesta che trascina a riva migliaia di bottiglie, sempre sotto lo sguardo severo di Nucky che, tornato il sereno, lascia la spiaggia, con le scarpe immacolate.
Pur avendo ottenuto risultati eccellenti, frutto di un cast strepitoso, una produzione rigorosa e da una sceneggiatura che mescola sapientemente storia e finzione, Boardwalk Empire mi ha sempre dato l'impressione di non aver mai goduto del successo che meritava.
Dopo quattro stagioni strepitose, in cui i personaggi sono stati spogliati di ogni maschera, in un percorso tanto intenso quanto mai scontato, si è giunto ad un epilogo dal sapore agrodolce, capace in otto puntate di sciogliere ogni nodo, attraverso ad una narrazione inedita rispetto al passato, senza scendere a facili compromessi, nel rispetto (fin dove possibile) della storia reale.
56 puntate per raccontare un periodo storico crudo e violento, quello dell'America degli anni 20, in cui si intrecciano le storie dei contrabbandieri, della mafia, dei militari sfuggiti alla Grande Guerra, dei conflitti razziali, di una finanza e di una politica in procinto di essere inghiottiti dalla modernità.
Per saperne di più sull'ultima stagione vi segnalo questa magnifica recensione, occhio agli spoiler, ma aggiungo ai grandi pregi evidenti di questa serie, anche una massiccia ed accurata selezione musicale, fatta di grandi classici e reinterpretazioni di brani ripescati da un passato lontano.
Tra le tante cose che si ricorderanno di questa serie, di certo la sigla iniziale sarà una di queste, con la colonna sonora dei The Brian Jonestown Massacre, ad incorniciare una sequenza di immagini che racchiudono tutta la storia: un elegante "Nucky" Thompson lascia il lungomare per la spiaggia, scrutando l'oceano che nel tempo di una sigaretta si sfoga in una tempesta che trascina a riva migliaia di bottiglie, sempre sotto lo sguardo severo di Nucky che, tornato il sereno, lascia la spiaggia, con le scarpe immacolate.
venerdì 6 marzo 2015
Spoiler
E' capitato a tutti di farlo, magari involontariamente, magari interrompendosi ad un passo dalla frittata, ma lo spoiler rimane e resterà una pratica odiosa.
Svelare il finale di un'opera significa compromettere il divertimento di chi la segue, dimostrando una piena mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Ci sono poi diverse maniere di fare spoiler, alcune intriganti, si pensi agli stessi trailer cinematografici che svelano parti della storia cercando di renderla più appetibile, o ci sono i casi ispirati alla realtà, in cui si conosce bene il finale (spesso spoilerato all'inizio), per poi costruire un percorso affascinante che ne enfatizzi l'epilogo.
Quanto fatto da Striscia la Notizia nei confronti di Masterchef è stato un segno irrispettoso nei soli confronti di chi seguiva la trasmissione di Sky, nulla di più.
Svelare una sospetta irregolarità a due giorni dalla conclusione del reality poteva essere un colpaccio anche dopo la sua conclusione, anzi, forse avrebbe suscitato molto più disgusto di quanto fatto in questo modo.
Dagli ascolti inoltre non sembra che l'operazione abbia causato danni, tutt'altro, ma era piuttosto prevedibile aspettarsi che chi ha seguito per settimane le vicende degli aspiranti chef non rinunciasse alla portata principale!
Unanime è stata la condanna da tutte le fonti di informazione, dagli addetti ai lavori agli stessi interessati, ad esclusione di chi, non seguendo la cosa, può giudicare senza alcun fastidio l'irriverenza della corazzata di Ricci.
Insomma, il motivo di questo colpo basso non lo riesco a capire e mi augoro si sia trattato di un leggerezza mal calibrata e non di una bastardata come ad esempio... genialmente questo:
Svelare il finale di un'opera significa compromettere il divertimento di chi la segue, dimostrando una piena mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Ci sono poi diverse maniere di fare spoiler, alcune intriganti, si pensi agli stessi trailer cinematografici che svelano parti della storia cercando di renderla più appetibile, o ci sono i casi ispirati alla realtà, in cui si conosce bene il finale (spesso spoilerato all'inizio), per poi costruire un percorso affascinante che ne enfatizzi l'epilogo.
Quanto fatto da Striscia la Notizia nei confronti di Masterchef è stato un segno irrispettoso nei soli confronti di chi seguiva la trasmissione di Sky, nulla di più.
Svelare una sospetta irregolarità a due giorni dalla conclusione del reality poteva essere un colpaccio anche dopo la sua conclusione, anzi, forse avrebbe suscitato molto più disgusto di quanto fatto in questo modo.
Dagli ascolti inoltre non sembra che l'operazione abbia causato danni, tutt'altro, ma era piuttosto prevedibile aspettarsi che chi ha seguito per settimane le vicende degli aspiranti chef non rinunciasse alla portata principale!
Unanime è stata la condanna da tutte le fonti di informazione, dagli addetti ai lavori agli stessi interessati, ad esclusione di chi, non seguendo la cosa, può giudicare senza alcun fastidio l'irriverenza della corazzata di Ricci.
Insomma, il motivo di questo colpo basso non lo riesco a capire e mi augoro si sia trattato di un leggerezza mal calibrata e non di una bastardata come ad esempio... genialmente questo:
martedì 3 marzo 2015
Cannibal Blast
C'è un sottile filo che lega Luigi Paulino Alfredo Francesco Antonio Balassoni a Paul Mazurkiewicz, che attraversa oltre 50 anni di storia e rafforza il legame tra il Metal più estremo e il Jazz.
Procedimo per tappe, con la premessa che a dispetto dei tanti integralisti, la musica è tutta figlia della stessa arte, si nutre di contaminazioni e condivide musicisti, strumenti e attitudine.
I due personaggi citati all'inizio sono due batteristi. Il primo, classe 1924, è conosciuto con lo pseudonimo più sintetico di Louie Bellson ed è stato un virtuoso delle pelli in ambito jazz, tanto da militare nella storica orchestra di Duke Ellington, musicista e compositore tra i più prolifici e stimati del settore.
Il secondo è stato uno dei fondatori dei Cannibal Corpse, formazione americana riconosciuta tra i più celebri esponenti del brutal death metal. Paul Mazurkiewicz è uno dei batteristi più noti del settore, famoso per aver sviluppato alcune tecniche di batteria, divenute classiche nel metal più estremo, tanto da aver coniato uno stile chiamato cannibal blast, base ritmica di buona parte dei lavori della band.
Senza entrare nei tecnicismi di questo groove, lo si trova, andando a ritroso nel tempo, utilizzato nell'ambiente metal, fin dalle sue origini, elemento essenziale per creare ritmiche veloci e potenti.
L'utilizzo di questo stile come groove è però ispirata ad alcuni fill tipici del jazz, utilizzati spesso dai grandi batteristi del passato, soprattutto dai più virtuosi, partoriti dalla florida fucina di un mondo musicale che dava spazio a grandi sperimentazioni e infinite contaminazioni.
Tra questi musicisti ritroviamo Louie Bellson, per alcuni l'inventore della doppia cassa, ma di certo uno tra i primi a cimentarsi con questa variazione.
Come dicevo la struttura jazz utilizzava queste tecniche (ed infinite altre) più come fill che come groove, legati a ritmiche meno quadrate e vincolati da dinamiche che nel metal vengono trascurate per enfatizzare velocità e potenza.
Trovo affascinante considerare le evoluzioni musicali nei vari generi, spesso concentrandomi su aspetti tecnici decisamente particolari, che costituiscono però l'ossatura di quello che oggi ascoltiamo.
Senza i grandi musicisti virtuosi della storia, oggi saremmo orfani delle mille sfaccettature musicali che si evidenziano nei loro esempi più estremi, ma senza l'apertura mentale del saper cogliere le sfumature più affascinanti nei generi a noi più lontani non saremmo mai usciti dalla concezione classica della musica, e questi fili, che legano mondi e persone diversi, sono li a dimostrarlo.
Procedimo per tappe, con la premessa che a dispetto dei tanti integralisti, la musica è tutta figlia della stessa arte, si nutre di contaminazioni e condivide musicisti, strumenti e attitudine.
I due personaggi citati all'inizio sono due batteristi. Il primo, classe 1924, è conosciuto con lo pseudonimo più sintetico di Louie Bellson ed è stato un virtuoso delle pelli in ambito jazz, tanto da militare nella storica orchestra di Duke Ellington, musicista e compositore tra i più prolifici e stimati del settore.
Il secondo è stato uno dei fondatori dei Cannibal Corpse, formazione americana riconosciuta tra i più celebri esponenti del brutal death metal. Paul Mazurkiewicz è uno dei batteristi più noti del settore, famoso per aver sviluppato alcune tecniche di batteria, divenute classiche nel metal più estremo, tanto da aver coniato uno stile chiamato cannibal blast, base ritmica di buona parte dei lavori della band.
Senza entrare nei tecnicismi di questo groove, lo si trova, andando a ritroso nel tempo, utilizzato nell'ambiente metal, fin dalle sue origini, elemento essenziale per creare ritmiche veloci e potenti.
L'utilizzo di questo stile come groove è però ispirata ad alcuni fill tipici del jazz, utilizzati spesso dai grandi batteristi del passato, soprattutto dai più virtuosi, partoriti dalla florida fucina di un mondo musicale che dava spazio a grandi sperimentazioni e infinite contaminazioni.
Tra questi musicisti ritroviamo Louie Bellson, per alcuni l'inventore della doppia cassa, ma di certo uno tra i primi a cimentarsi con questa variazione.
Come dicevo la struttura jazz utilizzava queste tecniche (ed infinite altre) più come fill che come groove, legati a ritmiche meno quadrate e vincolati da dinamiche che nel metal vengono trascurate per enfatizzare velocità e potenza.
Trovo affascinante considerare le evoluzioni musicali nei vari generi, spesso concentrandomi su aspetti tecnici decisamente particolari, che costituiscono però l'ossatura di quello che oggi ascoltiamo.
Senza i grandi musicisti virtuosi della storia, oggi saremmo orfani delle mille sfaccettature musicali che si evidenziano nei loro esempi più estremi, ma senza l'apertura mentale del saper cogliere le sfumature più affascinanti nei generi a noi più lontani non saremmo mai usciti dalla concezione classica della musica, e questi fili, che legano mondi e persone diversi, sono li a dimostrarlo.
mercoledì 25 febbraio 2015
Big Bang Big Boom sui muri
Un "non"scientifico punto di vista sull'inizio e l'evoluzione della vita.
Così recita la spiegazione di questo bellissimo clip realizzato grazie ad una speciale grafica sui muri!
BIG BANG BIG BOOM - the new wall-painted animation by BLU from blu on Vimeo.
Così recita la spiegazione di questo bellissimo clip realizzato grazie ad una speciale grafica sui muri!
BIG BANG BIG BOOM - the new wall-painted animation by BLU from blu on Vimeo.
martedì 24 febbraio 2015
Tonalità di metal
Seguendo le ramificazioni della musica, si percorrono percorsi contorti, che collegano generi e sottogeneri, in un viaggio davvero interessanti per chi ama il settore.
Quando ci si appassiona si tende a scoprirne ogni sfumatura, spesso facendo il percorso inverso, partendo dalla band che ci ha conquistato per risalire a chi, tra ispirazione e storia, ha contribuito ad influenzare e quindi a stimolare quel settore.
Il metal è una ramificazione estremamente frastagliata, generata dal tronco del rock, ma evolutasi negli anni in una complessa e fitta selva di sottogeneri, caratterizzati da suoni, tecniche, tematiche ed attitudini.
Per i non appassionati, come in ogni campo, è difficile cogliere le differenze più tenue ma è senz'altro molto interessante provare ad approfondire le origini e cercare i collegamenti che determinano l'evoluzioni dei grandi generi.
Dall'Heavy fino al Post Metal si sono sviluppate in ogni parte del mondo decine di correnti, ognuna delle quali vanta esponenti di indubbie capacità, venerati da schiere di fans e riconosciuti per le loro doti e la loro inventiva, spesso figlia di aperture e contaminazioni.
Senza prendersi troppo sul serio è altrettanto divertente vedere queste differenze in chiave ironica, magari accentuando gli aspetti più estremi che alla fine caratterizzano il genere stesso.
Jared Dines è un musicista youtuber con oltre i centomila seguaci, specialista nell'ironizzare sulla musica che ama, creatore di questi video davvero divertenti!
Quando ci si appassiona si tende a scoprirne ogni sfumatura, spesso facendo il percorso inverso, partendo dalla band che ci ha conquistato per risalire a chi, tra ispirazione e storia, ha contribuito ad influenzare e quindi a stimolare quel settore.
Il metal è una ramificazione estremamente frastagliata, generata dal tronco del rock, ma evolutasi negli anni in una complessa e fitta selva di sottogeneri, caratterizzati da suoni, tecniche, tematiche ed attitudini.
Per i non appassionati, come in ogni campo, è difficile cogliere le differenze più tenue ma è senz'altro molto interessante provare ad approfondire le origini e cercare i collegamenti che determinano l'evoluzioni dei grandi generi.
Dall'Heavy fino al Post Metal si sono sviluppate in ogni parte del mondo decine di correnti, ognuna delle quali vanta esponenti di indubbie capacità, venerati da schiere di fans e riconosciuti per le loro doti e la loro inventiva, spesso figlia di aperture e contaminazioni.
Senza prendersi troppo sul serio è altrettanto divertente vedere queste differenze in chiave ironica, magari accentuando gli aspetti più estremi che alla fine caratterizzano il genere stesso.
Jared Dines è un musicista youtuber con oltre i centomila seguaci, specialista nell'ironizzare sulla musica che ama, creatore di questi video davvero divertenti!
venerdì 20 febbraio 2015
L'ignoranza brucia
A sentire gli esperti, quelli che non cedono all'allarmismo, le intenzioni del Califfato nero è piuttosto chiara. La loro è una battaglia votata alla provocazione, le loro armi sono una violenza smisurata sbandierata attraverso i media, supportata da proclami e da una continua demonizzazione di tutto ciò che è occidentale.
La cosa si palesa con Boko Haram, letteralmente "proibizione dell'istruzione occidentale", ma è altrettanto evidente nelle dichiarazioni dei vari portavoce dell'IS, nelle battaglie contro i nostri valori, la nostra cultura e nelle sempre meno velate minacce a Roma cuore del Cristianesimo.
E' chiaro che non si può credere "all'invasione Islamica" intesa come marcia su Roma; questi gruppi, se pur pericolosissimi, non hanno ne i mezzi ne le capacità per affrontare un tale attacco, ma godono di una fortissima motivazione che diventa un'arma micidiale nel reclutamento di nuovi volontari, soprattutto in territorio straniero.
Il vero rischio per noi è quello degli attacchi trerroristici, delle cellule sparse per il mondo e pronte ad agire anche senza schemi precisi, alimentando un odio e un terrore che è il primo obiettivo dell'Isis.
Paura, demonizzazione e provocazione mirano a cercare uno scontro diretto, tale da giustificare e rendere palese una guerra tra civiltà, in cui ci si deve schierare per forza e da cui il Califfato può reperire linfa vitale per il suo sviluppo.
Per questo credo sia giusto rispondere alle provocazioni con quello che temono di più: la nostra libertà culturale, temuta come un virus, perché capace di sminare le radicalizzazioni e favorire il libero arbitrio, vero cancro di ogni regime.
Se pare impossibile farlo davanti alle decapitazioni e alle crudeltà che continuano a mostrarci soddisfatti attraverso i nostri stessi canali (a cui dovremmo rispondere solo smettendo di diffonderli), possiamo farlo con meno sdegno davanti alle manifestazini meno cruente, come quelle di ieri, in cui bruciano gli strumenti musicali in segno di disprezzo.
Ecco, a questo vorrei rispondere con la musica, dimostrando insindacabilmente quanto questi strumenti generino meraviglie, magie che non hanno bisogno di traduzione che superano i vincoli culturali, dimostrando la stupidità di chi bruciandoli dimostra una violenza a senso unico e un'ignoranza disarmante.
La cosa si palesa con Boko Haram, letteralmente "proibizione dell'istruzione occidentale", ma è altrettanto evidente nelle dichiarazioni dei vari portavoce dell'IS, nelle battaglie contro i nostri valori, la nostra cultura e nelle sempre meno velate minacce a Roma cuore del Cristianesimo.
E' chiaro che non si può credere "all'invasione Islamica" intesa come marcia su Roma; questi gruppi, se pur pericolosissimi, non hanno ne i mezzi ne le capacità per affrontare un tale attacco, ma godono di una fortissima motivazione che diventa un'arma micidiale nel reclutamento di nuovi volontari, soprattutto in territorio straniero.
Il vero rischio per noi è quello degli attacchi trerroristici, delle cellule sparse per il mondo e pronte ad agire anche senza schemi precisi, alimentando un odio e un terrore che è il primo obiettivo dell'Isis.
Paura, demonizzazione e provocazione mirano a cercare uno scontro diretto, tale da giustificare e rendere palese una guerra tra civiltà, in cui ci si deve schierare per forza e da cui il Califfato può reperire linfa vitale per il suo sviluppo.
Per questo credo sia giusto rispondere alle provocazioni con quello che temono di più: la nostra libertà culturale, temuta come un virus, perché capace di sminare le radicalizzazioni e favorire il libero arbitrio, vero cancro di ogni regime.
Se pare impossibile farlo davanti alle decapitazioni e alle crudeltà che continuano a mostrarci soddisfatti attraverso i nostri stessi canali (a cui dovremmo rispondere solo smettendo di diffonderli), possiamo farlo con meno sdegno davanti alle manifestazini meno cruente, come quelle di ieri, in cui bruciano gli strumenti musicali in segno di disprezzo.
Ecco, a questo vorrei rispondere con la musica, dimostrando insindacabilmente quanto questi strumenti generino meraviglie, magie che non hanno bisogno di traduzione che superano i vincoli culturali, dimostrando la stupidità di chi bruciandoli dimostra una violenza a senso unico e un'ignoranza disarmante.
mercoledì 18 febbraio 2015
Lilyhammer
Nella valanga di serie tv che hanno invaso il mondo, mi ha piacevolmente colpito Lilyhammer.
Si tratta di una serie Norvegese\Statunitense (e già solo per questo suscita una certa curiosità), prodotta ed interpretata dal grandissimo Steven Van Zandt, noto alle cronache tv come interprete brillante nei SOPRANO, e nel mondo musicale come Little Steven, chitarrista degli E STREET BAND, dove milita 'un certo Bruce Springsteen!'
La serie è esilarante, almeno quanto il protagonista, Van Zandt appunto!
Se si pensa che per i Soprano era stato scelto senza mai aver recitato, ingaggiato quasi esclusivamente per il suo volto e per la sua personalità, sorprende l'incredibile attitudine del chitarrista ad interpretare ruoli legati al mondo della malavita!
Lilyhammer infatti è una commedia dal sapore drammatico che narra le vicende di Frank Tagliano, boss della malavita italoamericana che, dopo un pentimento piuttosto forzato, decide di rifugiarsi in Norvegia, a Lillehammer, località conosciuta seguendo le Olimpiadi invernali.
Si tratta di una produzione frizzante e ricca di personaggi improbabili, in primis proprio Frank Tagliano, mafioso pentito tra le nevi norvegesi, con la faccia da boss anche nella realtà, un passato da attore e una carriera musicale strepitosa, proprio nella band del Boss!
Provare per credere!
Si tratta di una serie Norvegese\Statunitense (e già solo per questo suscita una certa curiosità), prodotta ed interpretata dal grandissimo Steven Van Zandt, noto alle cronache tv come interprete brillante nei SOPRANO, e nel mondo musicale come Little Steven, chitarrista degli E STREET BAND, dove milita 'un certo Bruce Springsteen!'
La serie è esilarante, almeno quanto il protagonista, Van Zandt appunto!
Se si pensa che per i Soprano era stato scelto senza mai aver recitato, ingaggiato quasi esclusivamente per il suo volto e per la sua personalità, sorprende l'incredibile attitudine del chitarrista ad interpretare ruoli legati al mondo della malavita!
Lilyhammer infatti è una commedia dal sapore drammatico che narra le vicende di Frank Tagliano, boss della malavita italoamericana che, dopo un pentimento piuttosto forzato, decide di rifugiarsi in Norvegia, a Lillehammer, località conosciuta seguendo le Olimpiadi invernali.
Si tratta di una produzione frizzante e ricca di personaggi improbabili, in primis proprio Frank Tagliano, mafioso pentito tra le nevi norvegesi, con la faccia da boss anche nella realtà, un passato da attore e una carriera musicale strepitosa, proprio nella band del Boss!
Provare per credere!
sabato 14 febbraio 2015
Buon Ammore!
Eccolo "l'ammore" di S.Valentino, una meravigliosa caricatura del tutto, come questa canzone e questo video, talmente pomposi da sembrare bislacchi, meravigliosi nella loro essenza!
martedì 10 febbraio 2015
Cyber war
Per alcuni le terza guerra mondiale è in pieno svolgimento, da anni, e riguarda tutto il pianeta, ben più estesa delle prime due ma spalmata in centinaia di focolai più o meno conosciuti.
Secondo un'indagine di qualche mese fa sono oltre un centinaio i Paesi coinvolti in vario titolo in conflitti interni ed esterni e sono milioni le persone che ne fanno le spese.
Per altri la terza guerra mondiale è si in atto, ma si sviluppa nel mondo della finanza, attraverso battaglie meno cruente ma forse più pericolose, capaci di coinvolgere gran parte dell'umanità, causando danni che nessun bombardamento potrebbe eguagliare. I conflitti militari sarebbero solo una conseguenza di questa guerra, battaglie che si generano sulle macerie di paesi destabilizzati, combattute da popolazioni asfissiate da un'economia che concretizza le speculazioni finanziarie e le ingustizie sociali, capaci di affamare parti del mondo a favore di pochi ma potentissimi grumi di potere.
Per altri ancora la terza guerra mondiale è alle porte e tutto ciò che accade nel mondo è solo il sintomo di una deriva violenta che sfocerà presto nell'ennesimo conflitto mondiale che coinvolgerà bandiere religiose, economiche, politiche e sociali.
Quel che è certo è che di qualsiasi cosa si tratti, il terreno su cui i conflitti si abbatteranno si sono arricchiti di un nuovo spazio che va oltre al militarismo e oltre alla finanza: il web.
Internet è, volente o nolente, la nuova dimensione della nostra umanità, ne dipendono molti aspetti della nostra vita ma soprattutto è considerato come la maggior finestra sul mondo, accessibile a tutti e dalla potenza straordinara.
Mentre l'Isis e altre sigle terroristiche hanno fatto della propaganda mediatica un loro punto di forza, migliaia di persone hanno accesso ad informazioni e canali più o meno legali per raggiungerle.
Inoltre è palese quanto i social riescano ad influenzare l'opinione pubblica e questo pur considerando i limiti di un sistema tutt'altro che rodato.
Stiamo parlando di una tecnologia ancora in fasce, dove regna l'anarchia e dove tutto può significare il contrario di tutto. Un terreno dove la libertà viene sbandierata in ogni sua forma, nel paradosso di garantire allo stesso tempo verità e menzonia, pace e violenza, soluzioni e problemi.
In questa situazioni si muovono gruppi organizzati, pirati di un mare in cui non esistono regole e le cui azioni possono essere devastanti più di quelle fatte nel mondo reale.
Da qualche settimana il gruppo Anonymous ha dichiarato guerra all'Isis ed i primi frutti, piuttosto abbondanti, sono stati presentati alla società.
Questo gruppo potente e oscuro, opera senza regole e ha già aggredito migliaia di nemici, facendo spesso emergere realtà orrende, come fu il caso di Nazileaks o quello ancor più odioso di
Lolita City, pubblicando gli orrori pedo-satanisti di oltre 1500 utenti!
Pur parlando comunque di guerra e pur parlando comunque di un gruppo anonimo che raccoglie quasi certamente anche pezzi di apparati istituzionali più o meno governativi anche legati alle varie intelligence internazionali, non si può negare un grande senso di speranza ed esaltazione, nel veder contrapposte agli orribili video di violenza e crudeltà, le parole minacciose con cui Anonymous attacca l'Is:
"Siamo ebrei, cattolici e musulmani, gay ed etero, spie e attivisti: Voi siete il virus, noi siamo la cura".
Secondo un'indagine di qualche mese fa sono oltre un centinaio i Paesi coinvolti in vario titolo in conflitti interni ed esterni e sono milioni le persone che ne fanno le spese.
Per altri la terza guerra mondiale è si in atto, ma si sviluppa nel mondo della finanza, attraverso battaglie meno cruente ma forse più pericolose, capaci di coinvolgere gran parte dell'umanità, causando danni che nessun bombardamento potrebbe eguagliare. I conflitti militari sarebbero solo una conseguenza di questa guerra, battaglie che si generano sulle macerie di paesi destabilizzati, combattute da popolazioni asfissiate da un'economia che concretizza le speculazioni finanziarie e le ingustizie sociali, capaci di affamare parti del mondo a favore di pochi ma potentissimi grumi di potere.
Per altri ancora la terza guerra mondiale è alle porte e tutto ciò che accade nel mondo è solo il sintomo di una deriva violenta che sfocerà presto nell'ennesimo conflitto mondiale che coinvolgerà bandiere religiose, economiche, politiche e sociali.
Quel che è certo è che di qualsiasi cosa si tratti, il terreno su cui i conflitti si abbatteranno si sono arricchiti di un nuovo spazio che va oltre al militarismo e oltre alla finanza: il web.
Internet è, volente o nolente, la nuova dimensione della nostra umanità, ne dipendono molti aspetti della nostra vita ma soprattutto è considerato come la maggior finestra sul mondo, accessibile a tutti e dalla potenza straordinara.
Mentre l'Isis e altre sigle terroristiche hanno fatto della propaganda mediatica un loro punto di forza, migliaia di persone hanno accesso ad informazioni e canali più o meno legali per raggiungerle.
Inoltre è palese quanto i social riescano ad influenzare l'opinione pubblica e questo pur considerando i limiti di un sistema tutt'altro che rodato.
Stiamo parlando di una tecnologia ancora in fasce, dove regna l'anarchia e dove tutto può significare il contrario di tutto. Un terreno dove la libertà viene sbandierata in ogni sua forma, nel paradosso di garantire allo stesso tempo verità e menzonia, pace e violenza, soluzioni e problemi.
In questa situazioni si muovono gruppi organizzati, pirati di un mare in cui non esistono regole e le cui azioni possono essere devastanti più di quelle fatte nel mondo reale.
Da qualche settimana il gruppo Anonymous ha dichiarato guerra all'Isis ed i primi frutti, piuttosto abbondanti, sono stati presentati alla società.
Questo gruppo potente e oscuro, opera senza regole e ha già aggredito migliaia di nemici, facendo spesso emergere realtà orrende, come fu il caso di Nazileaks o quello ancor più odioso di
Lolita City, pubblicando gli orrori pedo-satanisti di oltre 1500 utenti!
Pur parlando comunque di guerra e pur parlando comunque di un gruppo anonimo che raccoglie quasi certamente anche pezzi di apparati istituzionali più o meno governativi anche legati alle varie intelligence internazionali, non si può negare un grande senso di speranza ed esaltazione, nel veder contrapposte agli orribili video di violenza e crudeltà, le parole minacciose con cui Anonymous attacca l'Is:
"Siamo ebrei, cattolici e musulmani, gay ed etero, spie e attivisti: Voi siete il virus, noi siamo la cura".
venerdì 6 febbraio 2015
Jose Pasillas'
La sua è la storia di tantissimi ragazzi che amano la musica, ci provano e ne fanno una passione. Il fatto è che a Jose Pasillas' le cose sono andate un po' meglio che ad altri.
Nonostante un evidente ritmo nel sangue Jose approccia alla batteria solo verso i 15 anni e lo fa su uno strumento piuttosto sgangherato e senza alcuna nozione tecnica.
Suona sulle basi di Metallica e Megadeath che in quegli anni sono le cose più abbordabili e "cazzute" per un adolescente "hard rock" molto aperto ad altri generi ed influenze.
Fin qui un classico che però diventa meno scontato quando il suo vicino irrompe in casa sua e si presenta: tale Steven Adler, professione batterista. Nasce un'amicizia, Adler gli regala anche un nuovo sgabello in sostituzione di un vecchia sedia utilizzata come seduta e suonano spesso insieme.
Sarebbe ancora un classico se questo Steven Adler non fosse stato il batterista dei Gun's n' Roses, con i quali in quegli anni era in causa per varie motivazioni che si possono bene immaginare quando si uniscono nello stesso cocktail: musica, droga, successo, Axl Rose e milioni di dollari!
Ora di classico resta poco, specie se tra i suoi amici d'infanzia troviamo un tale di nome Brandon Boyd con il quale fondò una band chiamata Incubus.
Di li la strada è tornata un "classico dal sapore mitologico", dal primo demo registrato grazie a un cento dollari 'trovato', all'incontro con Jim Wirt che produsse il loro primo EP e li mise in contatto con i Korn che se li portarono in giro per il mondo come spalla.
Jose Pasillas' non è uno di quei batteristi che fanno della tecnica la loro forza, Pasillas' investe tutto nel groove e nello stile in cui mischia tutto quello che ascolta e assorbe.
Se gli Incubus hanno sfornato in successione due capolavori come S.C.I.E.N.C.E. e Make Yourself lo devono anche al suo stile inconfondibile, a partire da quel drumset pieno di accessori e al suo posizionamento fronte "lato" che caratterizzava non poco i live dalla band.
Nonostante un evidente ritmo nel sangue Jose approccia alla batteria solo verso i 15 anni e lo fa su uno strumento piuttosto sgangherato e senza alcuna nozione tecnica.
Suona sulle basi di Metallica e Megadeath che in quegli anni sono le cose più abbordabili e "cazzute" per un adolescente "hard rock" molto aperto ad altri generi ed influenze.
Fin qui un classico che però diventa meno scontato quando il suo vicino irrompe in casa sua e si presenta: tale Steven Adler, professione batterista. Nasce un'amicizia, Adler gli regala anche un nuovo sgabello in sostituzione di un vecchia sedia utilizzata come seduta e suonano spesso insieme.
Sarebbe ancora un classico se questo Steven Adler non fosse stato il batterista dei Gun's n' Roses, con i quali in quegli anni era in causa per varie motivazioni che si possono bene immaginare quando si uniscono nello stesso cocktail: musica, droga, successo, Axl Rose e milioni di dollari!
Ora di classico resta poco, specie se tra i suoi amici d'infanzia troviamo un tale di nome Brandon Boyd con il quale fondò una band chiamata Incubus.
Di li la strada è tornata un "classico dal sapore mitologico", dal primo demo registrato grazie a un cento dollari 'trovato', all'incontro con Jim Wirt che produsse il loro primo EP e li mise in contatto con i Korn che se li portarono in giro per il mondo come spalla.
Jose Pasillas' non è uno di quei batteristi che fanno della tecnica la loro forza, Pasillas' investe tutto nel groove e nello stile in cui mischia tutto quello che ascolta e assorbe.
Se gli Incubus hanno sfornato in successione due capolavori come S.C.I.E.N.C.E. e Make Yourself lo devono anche al suo stile inconfondibile, a partire da quel drumset pieno di accessori e al suo posizionamento fronte "lato" che caratterizzava non poco i live dalla band.
mercoledì 4 febbraio 2015
Super Champions
Il Super Bowl riserva ogni anno grandi sorprese, emblema di una nazione che fa di ogni celebrazione un evento unico, capace di coinvolgere talenti provenienti da ogni ambito artistico, muovendo milioni di dollari e attingendo ad ogni risorsa che possa rendere uno show eccezionale.
Spesso si sconfina nell'eccesso, esaltando le grandi contraddizioni che il marchio USA porta con se, cedendo alla retorica e ad un patriottismo che non manca mai di essere esaltato ma... paese che vai...
Evento sportivo a parte, di cui non conosco quasi nulla, il mondo si affaccia su questa vetrina anche per il grande show della pausa nella partita, evento che negli anni ha assunto un importanza mondiale ben superiore a quello sportivo che ogni anno tiene incollati al televisore gran parte degli americani.
Così l'artista designato a questa impresa si trova ad avere di fronte uno dei palchi più prestigiosi del pianeta, per un'esibizione che si condensa in meno di di 15 minuti, un'impresa ardua che poche volte ha deluso le aspettative.
Inoltre, per l'occasione, si muove tutto il mondo pubblicitario americano, con spot inediti, realizzati appositamente e venduti a cifre spropositate, giustificate dall'enorme platea a cui si rivolgono.
Ogni anno non mancano le polemiche ma soprattutto non mancano le perle frutto di un sistema che pretende il massimo da chiunque voglia farne parte.
Quest'anno è toccato a Katy Perry intrattenere il pubblico nella pausa dell'incontro sportivo e lo ha fatto senza risparmiarsi, con il contributo di Lenny Kravitz, Missy Eliot, un leone dorato alto quattro metri, una cometa da cavalcare tra i fuochi artificiali ed effetti scenici che condensano tutto quello che la tecnologia ha da offrire in questo momento (vedere per credere!).
Naturalmente ogni evento mediatico ha dedicato spazio al Super Bowl e tra tutti voglio citare quanto realizzato da Jimmy Fallon, abile convogliatore di artisti e mago dello spettacolo.
Spesso si sconfina nell'eccesso, esaltando le grandi contraddizioni che il marchio USA porta con se, cedendo alla retorica e ad un patriottismo che non manca mai di essere esaltato ma... paese che vai...
Evento sportivo a parte, di cui non conosco quasi nulla, il mondo si affaccia su questa vetrina anche per il grande show della pausa nella partita, evento che negli anni ha assunto un importanza mondiale ben superiore a quello sportivo che ogni anno tiene incollati al televisore gran parte degli americani.
Così l'artista designato a questa impresa si trova ad avere di fronte uno dei palchi più prestigiosi del pianeta, per un'esibizione che si condensa in meno di di 15 minuti, un'impresa ardua che poche volte ha deluso le aspettative.
Inoltre, per l'occasione, si muove tutto il mondo pubblicitario americano, con spot inediti, realizzati appositamente e venduti a cifre spropositate, giustificate dall'enorme platea a cui si rivolgono.
Ogni anno non mancano le polemiche ma soprattutto non mancano le perle frutto di un sistema che pretende il massimo da chiunque voglia farne parte.
Quest'anno è toccato a Katy Perry intrattenere il pubblico nella pausa dell'incontro sportivo e lo ha fatto senza risparmiarsi, con il contributo di Lenny Kravitz, Missy Eliot, un leone dorato alto quattro metri, una cometa da cavalcare tra i fuochi artificiali ed effetti scenici che condensano tutto quello che la tecnologia ha da offrire in questo momento (vedere per credere!).
Naturalmente ogni evento mediatico ha dedicato spazio al Super Bowl e tra tutti voglio citare quanto realizzato da Jimmy Fallon, abile convogliatore di artisti e mago dello spettacolo.
giovedì 29 gennaio 2015
Il non video - game
Tornano i Linea 77 dopo una serie di disavventure e lo fanno attraverso un non-video.
Il singolo che presenta il disco in uscita si chiama Presentat-Arm! e racchiude, come annunciano gli stessi dal loro sito ufficiale, tutte le caratteristiche del nuovo sentiero intrapreso dalla band.
La curiosità di questo clip è che si sviluppa in un gioco, con cui sfidano i loro fans a riconoscere le 77 band rappresentate da una serie di emoticon. Il premio è sfizioso: l'accesso gratuito a tutti i loro concerti, per sempre!
Sicuri dell'impossibilità dell'operazione o abili agenti di mercato... ai posteri l'ardua sentenza!
Il singolo che presenta il disco in uscita si chiama Presentat-Arm! e racchiude, come annunciano gli stessi dal loro sito ufficiale, tutte le caratteristiche del nuovo sentiero intrapreso dalla band.
La curiosità di questo clip è che si sviluppa in un gioco, con cui sfidano i loro fans a riconoscere le 77 band rappresentate da una serie di emoticon. Il premio è sfizioso: l'accesso gratuito a tutti i loro concerti, per sempre!
Sicuri dell'impossibilità dell'operazione o abili agenti di mercato... ai posteri l'ardua sentenza!
lunedì 26 gennaio 2015
Shake it off
E' di certo il colpaccio di Taylor Swift, il pezzo perfetto per spopolare ovunque, un mix di elementi sapientemente mescolati per quella che è diventata una hit del panorama pop mondiale.
Con una produzione del genere, un video affidato nientemeno che Mark Romanek e i numeri che il suo passato da reginetta del country le garantisce, era un successo annunciato, così come era annunciata un'invasione di video con cover, reinterpretazioni e parodie, tipiche di un pezzo dalla melodia semplice e geniale.
Meno annunciata era la diffusione incredibile del video che vede un agente di polizia improvvisare un karaoke spassoso sulle note della canzone, immagini rubate e messe on line dagli stessi colleghi dell'agente, che in pochi giorni ha riportato il pezzo al successo iniziale!
Con una produzione del genere, un video affidato nientemeno che Mark Romanek e i numeri che il suo passato da reginetta del country le garantisce, era un successo annunciato, così come era annunciata un'invasione di video con cover, reinterpretazioni e parodie, tipiche di un pezzo dalla melodia semplice e geniale.
Meno annunciata era la diffusione incredibile del video che vede un agente di polizia improvvisare un karaoke spassoso sulle note della canzone, immagini rubate e messe on line dagli stessi colleghi dell'agente, che in pochi giorni ha riportato il pezzo al successo iniziale!
venerdì 23 gennaio 2015
L'unico
Su Focus.it si trova un'interessante galleria fotografica che raccoglie alcuni scatti rari ed importanti della storia.
Tra queste mi ha colpito questa che ritrae il varo di una nave tedesca nel 1936 al cospetto di Hitler.
Lo scatto immortala la folla impegnata in un collettivo saluto romano, saluto non condiviso da una sola persona, dalle braccia incrociate e dallo sguardo perplesso.
Si tratta di August Landmesser, iscritto al partito nazista ma sposato con una ragazza ebrea, in chiaro disaccordo con la dottrina del Fuhrer. Questo suo matrimonio gli costò lo stesso anno l'espulsione del partito e negli anni successivi la deportazione in un campo di lavoro. Non si tratta di una storia a lieto fine, in quanto la moglie rimase vittima in un campo di sterminio e lui morì pochi anni dopo arruolato a forza in un battaglione di disciplina.
Questo scatto però immortala il suo essere unico, magra ma immortale consolazione.
Tra queste mi ha colpito questa che ritrae il varo di una nave tedesca nel 1936 al cospetto di Hitler.Lo scatto immortala la folla impegnata in un collettivo saluto romano, saluto non condiviso da una sola persona, dalle braccia incrociate e dallo sguardo perplesso.
Si tratta di August Landmesser, iscritto al partito nazista ma sposato con una ragazza ebrea, in chiaro disaccordo con la dottrina del Fuhrer. Questo suo matrimonio gli costò lo stesso anno l'espulsione del partito e negli anni successivi la deportazione in un campo di lavoro. Non si tratta di una storia a lieto fine, in quanto la moglie rimase vittima in un campo di sterminio e lui morì pochi anni dopo arruolato a forza in un battaglione di disciplina.
Questo scatto però immortala il suo essere unico, magra ma immortale consolazione.
lunedì 19 gennaio 2015
Credere
Ho imparato in questi giorni che tutti credono in qualcosa.
Anche la convinzione di non credere in nulla, paradossalmente significa credere in qualcosa, aggrapparsi ad una convinzione che giustifichi il proprio pensiero.
Il passo successivo è volerlo imporre agli altri, per poter trovare un appiglio comune che rafforzi la propria sicurezza, alleggerendo il peso dei propri dubbi.
Siamo noi a tracciare la strada che porta alla soluzione o al fallimento e nel farlo, troppo spesso, ci dimentichiamo chi siamo e come siamo arrivati a questo punto.
Anche la convinzione di non credere in nulla, paradossalmente significa credere in qualcosa, aggrapparsi ad una convinzione che giustifichi il proprio pensiero.
Il passo successivo è volerlo imporre agli altri, per poter trovare un appiglio comune che rafforzi la propria sicurezza, alleggerendo il peso dei propri dubbi.
Siamo noi a tracciare la strada che porta alla soluzione o al fallimento e nel farlo, troppo spesso, ci dimentichiamo chi siamo e come siamo arrivati a questo punto.
sabato 10 gennaio 2015
Thebuckle
Se si ama la musica quel tanto che basta per seguirne le evoluzioni negli anni, spaziando tra generi e culture diverse, non si può non accorgersi della ciclicità delle cose.
Come nelle mode, nei gusti e nell'arte, si è soggetti ad una ritualità fatta di riscoperte, contaminazioni, esplosioni e derive che ruotano attorno alla società che cambia meno rapidamente ma più radicalmente.
Per capirci, se ritornano i pantaloni a vita alta, il gusto per il vinile e le sonorità anni '70, difficilmente ritorneremo alle infinite ferie estive al mare, al boom economico e ai valori hippy.
Per questo motivo è molto più facile per noi, divoratori onnivori di musica, dannatamente convinti che la discriminazione (o pregiudizio) musicale sia un limite e non un vanto, restare sull'argine e veder passare i cadaveri degli Dei del momento, per poi vederli tornare con altre vesti e risalire la corrente per riconquistarsi la scena perduta.
Così il vecchio rock, nella sua deriva più ruvida ed estrema, cede alle lusinghe del progresso, dei suoni standard, della potenza esaltata ed appiattita dei trigger, mentre il figlio più fighetto, quell'indie che spesso strizzava l'occhio alle mode e si comportava da snob (per nulla dandy come direbbe Paolo Conte), torna alle origini, mettendo da parte i lustrini e riscopre il valore degli strumenti, dei suoni generati e non sostituiti.
Capità così che chi continua a picchiare sullo stesso tasto fregandosene dei vari cicli, si ritrivi nel posto giusto al momento giusto, come la camicia di flanella a quadretti che è rimasta sulle mie spalle come eredità dal tempo dei paninari, sfoggiata nell'era grunge, sopportata tra i nerd e oggi rilanciata dagli hipster... ma infondo da me indossata perchè mi piace.. punto.
Sopportando i periodi oscuri, cercando di mettere il naso fuori in mezzo ad un mondo spesso troppo distante, cambiando pelle e restando i soliti, oggi tornano due personaggi che di musica ne hanno fatta parecchia: Andrea e Maxim oggi sotto il nome di THEBUCKLE, ieri ex Kessler e soprattutto ex Unwelcome.
Cosa cambia? Molto e nulla.
In effetti a grandi linee il carattere, lo stile e l'atmosfera è la solita, anche i suoni non scendono a compromessi, tanto da trascinarti ai primi anni '90, a quando le cassette facevano ancora a pugni con i cd, soprattutto sui demo-tepe autoprodotti, prima di finire ko per sempre.
Non cambia la psichedelia dei riff insistenti e monotoni, fatti da poche note sapientemente inserite per martellare le meningi e farti desiderare un'apertura che arriva come una boccata d'ossigeno... insomma quel mondo a me tanto caro del crossover vecchio stampo. (vedi la traccia 4: Hold, bellissima!)
Oggi cambia tutto però, perchè il periodo è mutato, perchè stanno tornando i suoni sporchi e spesso anche le band di quegli anni. Alcuni cercano di inserirsi nello stile del momento, utilizzare la potenza effimera dei nuovi studi che li spalmano su dischi patinati come le ragazze da copertina, talmente belle da sembrare finte... Altri ripartono da dove avevano lasciato (vedi i Downset su tutti ), quasi riprendessero gli strumenti con tanto di polvere e valvole incrostate!
Questa volta i THEBUCKLE centrano il periodo, perchè a quanto detto si aggiungono fortissime tonalità stoner (il rifugio di ogni metallaro che non sopporta i modernismi), una ruvidità che è tipica di alcuni ambienti musicali oggi in crescita e soprattutto si offrono come alternativa ad un mondo che un po' comincia a puzzare e lo fanno senza sembrare un ripiego nostalgico, ma un nuovo incontro!
Il disco è ascoltabile su ROCKIT, mentre il video lo pubblico qui sotto:
Come nelle mode, nei gusti e nell'arte, si è soggetti ad una ritualità fatta di riscoperte, contaminazioni, esplosioni e derive che ruotano attorno alla società che cambia meno rapidamente ma più radicalmente.
Per capirci, se ritornano i pantaloni a vita alta, il gusto per il vinile e le sonorità anni '70, difficilmente ritorneremo alle infinite ferie estive al mare, al boom economico e ai valori hippy.
Per questo motivo è molto più facile per noi, divoratori onnivori di musica, dannatamente convinti che la discriminazione (o pregiudizio) musicale sia un limite e non un vanto, restare sull'argine e veder passare i cadaveri degli Dei del momento, per poi vederli tornare con altre vesti e risalire la corrente per riconquistarsi la scena perduta.
Così il vecchio rock, nella sua deriva più ruvida ed estrema, cede alle lusinghe del progresso, dei suoni standard, della potenza esaltata ed appiattita dei trigger, mentre il figlio più fighetto, quell'indie che spesso strizzava l'occhio alle mode e si comportava da snob (per nulla dandy come direbbe Paolo Conte), torna alle origini, mettendo da parte i lustrini e riscopre il valore degli strumenti, dei suoni generati e non sostituiti.
Capità così che chi continua a picchiare sullo stesso tasto fregandosene dei vari cicli, si ritrivi nel posto giusto al momento giusto, come la camicia di flanella a quadretti che è rimasta sulle mie spalle come eredità dal tempo dei paninari, sfoggiata nell'era grunge, sopportata tra i nerd e oggi rilanciata dagli hipster... ma infondo da me indossata perchè mi piace.. punto.
Sopportando i periodi oscuri, cercando di mettere il naso fuori in mezzo ad un mondo spesso troppo distante, cambiando pelle e restando i soliti, oggi tornano due personaggi che di musica ne hanno fatta parecchia: Andrea e Maxim oggi sotto il nome di THEBUCKLE, ieri ex Kessler e soprattutto ex Unwelcome.
Cosa cambia? Molto e nulla.
In effetti a grandi linee il carattere, lo stile e l'atmosfera è la solita, anche i suoni non scendono a compromessi, tanto da trascinarti ai primi anni '90, a quando le cassette facevano ancora a pugni con i cd, soprattutto sui demo-tepe autoprodotti, prima di finire ko per sempre.
Non cambia la psichedelia dei riff insistenti e monotoni, fatti da poche note sapientemente inserite per martellare le meningi e farti desiderare un'apertura che arriva come una boccata d'ossigeno... insomma quel mondo a me tanto caro del crossover vecchio stampo. (vedi la traccia 4: Hold, bellissima!)
Oggi cambia tutto però, perchè il periodo è mutato, perchè stanno tornando i suoni sporchi e spesso anche le band di quegli anni. Alcuni cercano di inserirsi nello stile del momento, utilizzare la potenza effimera dei nuovi studi che li spalmano su dischi patinati come le ragazze da copertina, talmente belle da sembrare finte... Altri ripartono da dove avevano lasciato (vedi i Downset su tutti ), quasi riprendessero gli strumenti con tanto di polvere e valvole incrostate!
Questa volta i THEBUCKLE centrano il periodo, perchè a quanto detto si aggiungono fortissime tonalità stoner (il rifugio di ogni metallaro che non sopporta i modernismi), una ruvidità che è tipica di alcuni ambienti musicali oggi in crescita e soprattutto si offrono come alternativa ad un mondo che un po' comincia a puzzare e lo fanno senza sembrare un ripiego nostalgico, ma un nuovo incontro!
Il disco è ascoltabile su ROCKIT, mentre il video lo pubblico qui sotto:
mercoledì 7 gennaio 2015
Estrazione dei negozianti di Farigliano
Giunge al termine la lotteria indetta dai negozianti di Farigliano per premiare i propri clienti.
Nelle ultime settimane, per ogni acquisto vi è stato dato un tagliandino e nei giorni scorsi è avvenuta l'estrazione. Qui trovate tutti i dettagli e l'elenco dei biglietti vincenti!
CLICCA QUI PER SCARICARE IL FILE PDF
Nelle ultime settimane, per ogni acquisto vi è stato dato un tagliandino e nei giorni scorsi è avvenuta l'estrazione. Qui trovate tutti i dettagli e l'elenco dei biglietti vincenti!
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martedì 6 gennaio 2015
Gelo e non gelo
mercoledì 31 dicembre 2014
giovedì 25 dicembre 2014
lunedì 22 dicembre 2014
Il flop di Madama Butterfly
Il 22 dicembre 1858 nasceva Giacomo Puccini, quinto di una dinastia di musicisti, divenuto negli anni uno dei più grandi compositori Italiani e tra i più grandi operisti di sempre.
Tra i suoi successi immortali c'è sicuramente Madama Burtterfly, tragedia esotica in cui Puccini investì tantissima devozione e cura dei particolari.
Alla sua presentazione alla Scala di Milano raccolse solo fischi e brutte critiche, figlie di un complotto che poco avevano a che spartire con il grande cast e la bellezza dell'opera.
In una lettera Puccini descrisse così quei momenti, e senza scoraggiarsi consegnà Madama Butterflay all'immortalità della storia.
con animo triste ma forte ti dico che fu un vero linciaggio. Non ascoltarono una nota quei cannibali. Che orrenda orgia di forsennati, briachi d’odio. Ma la mia Butterfly rimane qual è: l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito. E avrò la rivincita, vedrai, se la darò in un ambiente meno vasto e meno saturo d’odi e di passioni. (fonte Circuitomusica.it)
Tra i suoi successi immortali c'è sicuramente Madama Burtterfly, tragedia esotica in cui Puccini investì tantissima devozione e cura dei particolari.
Alla sua presentazione alla Scala di Milano raccolse solo fischi e brutte critiche, figlie di un complotto che poco avevano a che spartire con il grande cast e la bellezza dell'opera.
In una lettera Puccini descrisse così quei momenti, e senza scoraggiarsi consegnà Madama Butterflay all'immortalità della storia.
con animo triste ma forte ti dico che fu un vero linciaggio. Non ascoltarono una nota quei cannibali. Che orrenda orgia di forsennati, briachi d’odio. Ma la mia Butterfly rimane qual è: l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito. E avrò la rivincita, vedrai, se la darò in un ambiente meno vasto e meno saturo d’odi e di passioni. (fonte Circuitomusica.it)
venerdì 19 dicembre 2014
Roma...
Dall'Impero Romano a Roma Ladrona, da Roma Capitale a Mafia Capitale, la città italiana per eccellenza ha sempre vissuto nel regno del potere.
Nonostante la bellezze che la domina e la storia che sgorga da ogni suo vicolo, Roma resta e resterà la terra di conquista per ogni affamato di potere e quanto si legge in queste settimane sulle vicende che ne coinvolgono i protagonisti, non fa che confermarlo.
Certo sarebbe un errore imputare alla nostra capitale ogni colpa, basta guardarsi attorno per rendersi conto che per tutta l'Italia il malaffare si è diffuso come un edera, capace di creare nuove radici in ogni fazzoletto di terra in cui si semini un'affare.
Vedere però un tale degrado morale, con una connivenza talmente scontata da non suscitare più nemmeno sdegno, proprio dove le istituzioni hanno sede, ad un passo da S.Pietro, tra le meraviglie di una storia millenaria, divorata senza pietà da personaggi quasi grotteschi, è avvilente.
Intendiamoci, lo è ovunque, ma la mancanza di ogni remora morale, in una città che ha ospitato alcuni personaggi tra i più grandi al mondo, riduce ogni ruberia ad un fastidioso e insolente imbrattamento.
La città eterna non può diventare un paradiso per gangster irriducibili e chiunque ha permesso ciò è al loro livello. Ci sono amministratori a Roma da decenni, sempre gli stessi, che se non si sono accorti di nulla sono i peggiori incompetenti della storia, e se hanno chiuso un occhio sono semplicemente: complici.
Nonostante la bellezze che la domina e la storia che sgorga da ogni suo vicolo, Roma resta e resterà la terra di conquista per ogni affamato di potere e quanto si legge in queste settimane sulle vicende che ne coinvolgono i protagonisti, non fa che confermarlo.
Certo sarebbe un errore imputare alla nostra capitale ogni colpa, basta guardarsi attorno per rendersi conto che per tutta l'Italia il malaffare si è diffuso come un edera, capace di creare nuove radici in ogni fazzoletto di terra in cui si semini un'affare.
Vedere però un tale degrado morale, con una connivenza talmente scontata da non suscitare più nemmeno sdegno, proprio dove le istituzioni hanno sede, ad un passo da S.Pietro, tra le meraviglie di una storia millenaria, divorata senza pietà da personaggi quasi grotteschi, è avvilente.
Intendiamoci, lo è ovunque, ma la mancanza di ogni remora morale, in una città che ha ospitato alcuni personaggi tra i più grandi al mondo, riduce ogni ruberia ad un fastidioso e insolente imbrattamento.
La città eterna non può diventare un paradiso per gangster irriducibili e chiunque ha permesso ciò è al loro livello. Ci sono amministratori a Roma da decenni, sempre gli stessi, che se non si sono accorti di nulla sono i peggiori incompetenti della storia, e se hanno chiuso un occhio sono semplicemente: complici.
mercoledì 17 dicembre 2014
La cena Canonica
E' stata una bella serata quella di ieri sera, cena in compagnia e spettacolo esilarante di Filippo Bessone e Luca Occelli, un assaggio del loro nuovo progetto chiamato L'Ora Canonica.
In realtà, ci ha spiegato Pippo, si tratta di una versione "da osteria" dello spettacolo integrale, ben più articolato e musicato, studiato e strutturato per il teatro.
Usando come palco un semplice tavolino e con due bicchieri di vino a fare da microfono, Pippo e Luca hanno presentato alcuni sketch, intervallando alcune canzoni parodia ad alcune letture in stile Padre Filip, parabole ironiche dai significati bizzarri!
Il parallelo con i Lilu è inevitabile, soprattutto nelle canzoni parodia che ricordano il primo repertorio della storica formazione, ma la freschezza nello spirito e la scelta dei brani "rovinati" (Cit. degli stessi), dona al tutto un tocco di originalità.
Ora l'appuntamento è a teatro!
In realtà, ci ha spiegato Pippo, si tratta di una versione "da osteria" dello spettacolo integrale, ben più articolato e musicato, studiato e strutturato per il teatro.
Usando come palco un semplice tavolino e con due bicchieri di vino a fare da microfono, Pippo e Luca hanno presentato alcuni sketch, intervallando alcune canzoni parodia ad alcune letture in stile Padre Filip, parabole ironiche dai significati bizzarri!
Il parallelo con i Lilu è inevitabile, soprattutto nelle canzoni parodia che ricordano il primo repertorio della storica formazione, ma la freschezza nello spirito e la scelta dei brani "rovinati" (Cit. degli stessi), dona al tutto un tocco di originalità.
Ora l'appuntamento è a teatro!
domenica 14 dicembre 2014
Tutto è bene quel ...
Gli ultimi giorni sono stati intensi e tutti hanno condiviso l'ansia per la brutta avventura che ha coinvolto il giovane studente Vercellese.
Fortunatamente la cosa si è conclusa bene, anche se molti aspetti della vicenda restano sorprendenti.
Quello che mi ha fatto pensare è quanto il connubio di tecnologia e partecipazione abbiano scosso questa comunità. Nonostante le informazioni fossero spesso opache o contradditorie, abbiamo assistito ad una mobilitazione di massa e tutti in queste ore ci siamo mossi, abbiamo partecipato alle ricerche, offerto il nostro aiuto o semplicemente ci siamo guardati attorno con maggiore attenzione.
Ci siamo sentiti spaventati davanti al mistero della scomparsa, impauriti per il senso di impotenza e inorgogliti per la grande partecipazione di volontari e forze pubbliche.
Abbiamo patito l'ansia e in qualche caso abbiamo anche dimostrato insofferenza verso quegli elementi che stridevano con quanto ci si aspettava, ma alla fine, quel che conta è solo che un ragazzo sia tornato dai suoi genitori e che questa brutta storia sia finita.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma è ancor meglio ricordarsi quanto sia importante vivere circondati da persone che non stanno solo a sindacare ma che quando c'è bisogno prendono e vanno a provare a cambiare le cose.
Fortunatamente la cosa si è conclusa bene, anche se molti aspetti della vicenda restano sorprendenti.
Quello che mi ha fatto pensare è quanto il connubio di tecnologia e partecipazione abbiano scosso questa comunità. Nonostante le informazioni fossero spesso opache o contradditorie, abbiamo assistito ad una mobilitazione di massa e tutti in queste ore ci siamo mossi, abbiamo partecipato alle ricerche, offerto il nostro aiuto o semplicemente ci siamo guardati attorno con maggiore attenzione.
Ci siamo sentiti spaventati davanti al mistero della scomparsa, impauriti per il senso di impotenza e inorgogliti per la grande partecipazione di volontari e forze pubbliche.
Abbiamo patito l'ansia e in qualche caso abbiamo anche dimostrato insofferenza verso quegli elementi che stridevano con quanto ci si aspettava, ma alla fine, quel che conta è solo che un ragazzo sia tornato dai suoi genitori e che questa brutta storia sia finita.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma è ancor meglio ricordarsi quanto sia importante vivere circondati da persone che non stanno solo a sindacare ma che quando c'è bisogno prendono e vanno a provare a cambiare le cose.
martedì 9 dicembre 2014
La differenza la fa chi fa..
C'è una categoria di persone che si adoperano continuamente per gli altri, si mettono in gioco, si assumono responsabilità e ci mettono la faccia, assieme alla testa e le braccia.
Queste persone sono i volontari, tantissimi fortunatamente, alcuni con le divise, altri senza, alcuni in prima fila, altri anonimi e silenziosi.
A Farigliano questa categoria di persone eccelle, non tanto per quantità ma per la qualità.
Se si contano le associazioni, gli iscritti ed i collaboratori, i simpatizzanti e i sostenitori, emerge un quadro che ha dell'incredibile.
Sarebbe doveroso ricordarle tutte, ma il rischio di dimenticare qualcuno, magari solo per distrazione sarebbe un reato al quale non voglio espormi, nel rispetto di tutte le persone che le compongono.
Poco importa se a ben guardare molti degli stessi volontari indossano più divise e ti capita di trovarli su un'ambulanza, dietro una pentola, sulle strade, nelle palestre ad imbracciare un pallone, uno strumento, in biblioteca o dietro ad un banchetto, con i bambini o con gli anziani, tutti fanno parte della stessa famiglia ed ognuno, a seconda della propria disponibilità dona il suo contributo.
Non sono certo un despota se affermo che senza il volontariato il nostro "Paese" andrebbe a gambe all'aria, e non sono un pazzo se con la stessa convinzione affermo che il nostro "paese" è unico nel suo genere in quanto fermento associativo.
Così è facile ritrovarsi spesso a collaborare, ad affrontare insieme difficoltà e qualche volta a subire critiche e polemiche, incassate con più o meno eleganza da chi ha imparato che a metterci la faccia ogni tanto si è a rischio schiaffoni.
Alcuni, infatti, proprio non ci riescono a capire che quando ci si dedica ad un'attività che non sia il proprio lavoro, lo si può fare senza un ritorno economico e chi non lo ha mai fatto, purtroppo, non riesce a considerare l'enorme guadagno che il lavorare per gli altri ti lascia.
Soddisfazione, senso di unione, coscienza della propria utilità sono solo gli spiccioli di un tesoro che viene aumentato dalla passione e dal divertimento. Non è un mistero che i volontari si divertano e questi alieni sono in grado di farlo pur spaccandosi la schiena e quando indossano una divisa la portano con rispetto e non con ostentazione!
Se Farigliano gode di una famiglia così operosa, e ne gode parecchio a guardare i tanti eventi di questi ultimi due mesi, lo si deve a tutti i volontari, dietro e davanti alle scene. Questo perchè fa parte del volontariato anche la partecipazione, essenziale quando si organizza una manifestazione, vitale quando lo si fa per raccogliere fondi! Si è volontari anche quando si sceglie di partecipare, di portare un amico, di mangiare in compagnia e di spendere qualche soldo per gratificare il lavoro di chi si è messo in gioco.
Tutto questo è possibile solo quando le cose si fanno insieme e gli esempi in questi mesi non sono mancati.
Un grazie enorme va rivolto ai volontari che a loro volta ringraziano i partecipanti, ma nel nostro paese si aggiunge un ringraziamento anche alla madre delle tante associazioni, troppo spesso dimenticata o sottovalutata, data un po' per scontata solo perchè nessuno ne ha mai sentito la mancanza, per la sua continua presenza.
Stò parlando della ProLoco, un'associazione a tutti gli effetti, che è cresciuta negli anni e nella quale hanno militato alcuni personaggi, anche scomparsi, a cui la storia di Farigliano deve tantissimo.
La Proloco è fatta di persone, molte delle quali membri di altre Associazioni, molte delle quali quasi sconosciute per il semplice fatto di operare dietro le quinte.
Eppure se esistono le attrezzature, gli spazi e le possibilità di organizzare tutte le cose che tengono in vita un paese così piccolo è grazie al lavoro che negli anni tante persone hanno fatto sotto la bandiera della ProLoco.
Tutte le associazioni prima o dopo hanno hanno avuto una mano dalla ProLoco, spesso ricambiata con l'apporto delle proprie forze alle grandi manifestazioni che la stessa ProLoco realizza ogni anno.
Si è creata così una sorta di amalgama, in cui si incontrano tante realtà fianco a fianco, tutte unite da un comune istinto di laboriosità.
Ci sono persone che lavorano la sera dopo aver finito il proprio lavoro.
Ci sono persone che si ritrovano per organizzare le cose ed affrontare le tante difficoltà che spesso arrivano gratuite.
Ci sono persone che guardano il cielo per sperare che la gente arrivi, che sorridono col sudore alla fronte e si esaltano quando il lavoro non smette di bussare alla porta.
Ci sono persone che si divertono nel vedere gli altri divertirsi, e che grazie al loro apporto lo rendono possibile.
Ci sono persone che hanno un calendario strapieno ma un minuto per aiutarti lo trovano sempre.
Ci sono persone che mettono davanti ai propri interessi quelli di una comunità, che danno una mano anche quando la stanchezza è troppa e che sentono per la loro terra un affetto da cui traggono forza.
Queste persone fanno la differenza, perchè il loro esempio porta i ragazzini a riunirsi e a farne dei gruppi laboriosi e responsabili, fanno la differenza perchè ti accolgono a braccia aperte se offri il tuo supporto, fanno la differenza perchè prima di loro altri lo hanno fatto.
Il mio consiglio è quello di alimentare i ranghi di queste famiglie, di bussare alle loro porte e offrire il proprio contributo, a seconda del settore dove ci si sente più affini. Se poi non ce la si fa si può comunque appoggiare il loro lavoro e sostenere le loro attività, perchè senza questa linfa le comunità si inaridiscono e sulla terra secca non cresce più nulla.
Tra il fare e il non fare c'è un'abisso e la differenza la fa chi fa...
Queste persone sono i volontari, tantissimi fortunatamente, alcuni con le divise, altri senza, alcuni in prima fila, altri anonimi e silenziosi.
A Farigliano questa categoria di persone eccelle, non tanto per quantità ma per la qualità.
Se si contano le associazioni, gli iscritti ed i collaboratori, i simpatizzanti e i sostenitori, emerge un quadro che ha dell'incredibile.
Sarebbe doveroso ricordarle tutte, ma il rischio di dimenticare qualcuno, magari solo per distrazione sarebbe un reato al quale non voglio espormi, nel rispetto di tutte le persone che le compongono.
Poco importa se a ben guardare molti degli stessi volontari indossano più divise e ti capita di trovarli su un'ambulanza, dietro una pentola, sulle strade, nelle palestre ad imbracciare un pallone, uno strumento, in biblioteca o dietro ad un banchetto, con i bambini o con gli anziani, tutti fanno parte della stessa famiglia ed ognuno, a seconda della propria disponibilità dona il suo contributo.
Non sono certo un despota se affermo che senza il volontariato il nostro "Paese" andrebbe a gambe all'aria, e non sono un pazzo se con la stessa convinzione affermo che il nostro "paese" è unico nel suo genere in quanto fermento associativo.
Così è facile ritrovarsi spesso a collaborare, ad affrontare insieme difficoltà e qualche volta a subire critiche e polemiche, incassate con più o meno eleganza da chi ha imparato che a metterci la faccia ogni tanto si è a rischio schiaffoni.
Alcuni, infatti, proprio non ci riescono a capire che quando ci si dedica ad un'attività che non sia il proprio lavoro, lo si può fare senza un ritorno economico e chi non lo ha mai fatto, purtroppo, non riesce a considerare l'enorme guadagno che il lavorare per gli altri ti lascia.
Soddisfazione, senso di unione, coscienza della propria utilità sono solo gli spiccioli di un tesoro che viene aumentato dalla passione e dal divertimento. Non è un mistero che i volontari si divertano e questi alieni sono in grado di farlo pur spaccandosi la schiena e quando indossano una divisa la portano con rispetto e non con ostentazione!
Se Farigliano gode di una famiglia così operosa, e ne gode parecchio a guardare i tanti eventi di questi ultimi due mesi, lo si deve a tutti i volontari, dietro e davanti alle scene. Questo perchè fa parte del volontariato anche la partecipazione, essenziale quando si organizza una manifestazione, vitale quando lo si fa per raccogliere fondi! Si è volontari anche quando si sceglie di partecipare, di portare un amico, di mangiare in compagnia e di spendere qualche soldo per gratificare il lavoro di chi si è messo in gioco.
Tutto questo è possibile solo quando le cose si fanno insieme e gli esempi in questi mesi non sono mancati.
Un grazie enorme va rivolto ai volontari che a loro volta ringraziano i partecipanti, ma nel nostro paese si aggiunge un ringraziamento anche alla madre delle tante associazioni, troppo spesso dimenticata o sottovalutata, data un po' per scontata solo perchè nessuno ne ha mai sentito la mancanza, per la sua continua presenza.
Stò parlando della ProLoco, un'associazione a tutti gli effetti, che è cresciuta negli anni e nella quale hanno militato alcuni personaggi, anche scomparsi, a cui la storia di Farigliano deve tantissimo.
La Proloco è fatta di persone, molte delle quali membri di altre Associazioni, molte delle quali quasi sconosciute per il semplice fatto di operare dietro le quinte.
Eppure se esistono le attrezzature, gli spazi e le possibilità di organizzare tutte le cose che tengono in vita un paese così piccolo è grazie al lavoro che negli anni tante persone hanno fatto sotto la bandiera della ProLoco.
Tutte le associazioni prima o dopo hanno hanno avuto una mano dalla ProLoco, spesso ricambiata con l'apporto delle proprie forze alle grandi manifestazioni che la stessa ProLoco realizza ogni anno.
Si è creata così una sorta di amalgama, in cui si incontrano tante realtà fianco a fianco, tutte unite da un comune istinto di laboriosità.
Ci sono persone che lavorano la sera dopo aver finito il proprio lavoro.
Ci sono persone che si ritrovano per organizzare le cose ed affrontare le tante difficoltà che spesso arrivano gratuite.
Ci sono persone che guardano il cielo per sperare che la gente arrivi, che sorridono col sudore alla fronte e si esaltano quando il lavoro non smette di bussare alla porta.
Ci sono persone che si divertono nel vedere gli altri divertirsi, e che grazie al loro apporto lo rendono possibile.
Ci sono persone che hanno un calendario strapieno ma un minuto per aiutarti lo trovano sempre.
Ci sono persone che mettono davanti ai propri interessi quelli di una comunità, che danno una mano anche quando la stanchezza è troppa e che sentono per la loro terra un affetto da cui traggono forza.
Queste persone fanno la differenza, perchè il loro esempio porta i ragazzini a riunirsi e a farne dei gruppi laboriosi e responsabili, fanno la differenza perchè ti accolgono a braccia aperte se offri il tuo supporto, fanno la differenza perchè prima di loro altri lo hanno fatto.
Il mio consiglio è quello di alimentare i ranghi di queste famiglie, di bussare alle loro porte e offrire il proprio contributo, a seconda del settore dove ci si sente più affini. Se poi non ce la si fa si può comunque appoggiare il loro lavoro e sostenere le loro attività, perchè senza questa linfa le comunità si inaridiscono e sulla terra secca non cresce più nulla.
Tra il fare e il non fare c'è un'abisso e la differenza la fa chi fa...
venerdì 5 dicembre 2014
Amore a distanza
Questo corto è stato realizzato da Kirsten Lepore, artista specializzata nel campo delle animazioni.
Bottle from Kirsten Lepore on Vimeo.
Bottle from Kirsten Lepore on Vimeo.
lunedì 1 dicembre 2014
Grüner See
Sembra un parco subacqueo ed effettivamente lo è, anzi lo diventa!
Si trova in Austria, più precisamente in Styria e durante l'anno è una semplice e bellissima località di montagna.
Durante l'estate però, con lo scioglimento delle nevi, tutta l'area viene sommersa da oltre 11 metri di acqua gelida trasformando il tutto in questo splendido lago temporaneo, meta per tutti gli appassionati di immersione.
Si trova in Austria, più precisamente in Styria e durante l'anno è una semplice e bellissima località di montagna.
Durante l'estate però, con lo scioglimento delle nevi, tutta l'area viene sommersa da oltre 11 metri di acqua gelida trasformando il tutto in questo splendido lago temporaneo, meta per tutti gli appassionati di immersione.
sabato 29 novembre 2014
Bellezza Manipolata
Boggie è una cantante ungherese che ha vissuto un successo internazionale grazie a questo video, diventato virale nel gennaio scorso.
Nel video, mentre lei canta, si vedono una serie di ritocchi digitali atti a trasformare la sua prima immagine acqua e sapone, in una figura decisamente più appariscente!
Nel video, mentre lei canta, si vedono una serie di ritocchi digitali atti a trasformare la sua prima immagine acqua e sapone, in una figura decisamente più appariscente!
martedì 25 novembre 2014
Fireworks
La diffusione dei Droni e delle telecamere compatte in HD (tipo le goPro per intenderci) hanno cambiato il mondo della ripresa.
Tra le tante nuove imprese che stanno invadendo il web, una tra le più riuscite è quella della ripresa aerea dei fuochi d'artificio.
Ecco un emozionante esempio di cosa si vede restando in mezzo ai fuochi!
Tra le tante nuove imprese che stanno invadendo il web, una tra le più riuscite è quella della ripresa aerea dei fuochi d'artificio.
Ecco un emozionante esempio di cosa si vede restando in mezzo ai fuochi!
sabato 22 novembre 2014
mercoledì 19 novembre 2014
Era tutto ok..
Lo spunto nasce dalla collaborazione tra i Fractures e Matthew Chuang, un regista Ucraino che ha girato queste immagini in una famosa città nel distretto di Kiev: Chernobyl.
Le riprese risalgono allo scorso febbraio, nel periodo delle rivolte tra separatisti e filorussi, approfittando di un periodo di pausa tra gli scontri nella capitale.
Chernobyl resta la più grande cicatrice nucleare sul territorio europeo, emblema del disastroso rapporto tra la tecnologia e gli errori umani, una città oggi quasi deserta che paga la vicinanza alla centrale con il suo oblio.
Delle 350000 persone che ci vivevano prima dell'aprile del 1986, oggi rimangono solo gli oggetti e le case abbandonate in fretta e furia nelle 36 ore successive al disastro, qualche militare o addetto al controllo della centrale (rimasta parzialmente attiva fino al 2000) e quasi 700 anziani ritornati negli anni alle proprie case, incuranti dei rischi che col tempo si spartiscono il loro futuro.
I Fractures hanno immaginato il ritorno di uno di loro in quella che un tempo chiamava casa, oggi segnata dall'abbandono che ne restituisce un fascino malinconico e alieno ma che nonostante tutto custodisce ancora i tanti ricordi che il disastro ha strappato agli abitanti.
Queste immagini hanno in sottofondo il nuovo singolo della band: It's Alright.
Le riprese risalgono allo scorso febbraio, nel periodo delle rivolte tra separatisti e filorussi, approfittando di un periodo di pausa tra gli scontri nella capitale.
Chernobyl resta la più grande cicatrice nucleare sul territorio europeo, emblema del disastroso rapporto tra la tecnologia e gli errori umani, una città oggi quasi deserta che paga la vicinanza alla centrale con il suo oblio.
Delle 350000 persone che ci vivevano prima dell'aprile del 1986, oggi rimangono solo gli oggetti e le case abbandonate in fretta e furia nelle 36 ore successive al disastro, qualche militare o addetto al controllo della centrale (rimasta parzialmente attiva fino al 2000) e quasi 700 anziani ritornati negli anni alle proprie case, incuranti dei rischi che col tempo si spartiscono il loro futuro.
I Fractures hanno immaginato il ritorno di uno di loro in quella che un tempo chiamava casa, oggi segnata dall'abbandono che ne restituisce un fascino malinconico e alieno ma che nonostante tutto custodisce ancora i tanti ricordi che il disastro ha strappato agli abitanti.
Queste immagini hanno in sottofondo il nuovo singolo della band: It's Alright.
sabato 15 novembre 2014
True.. HBO
La HBO stà vivendo un periodo molto florido, merito di ottime intuizioni e dello spopolare delle serie tv.
Questa emittente Americana conta ben 32 milioni di abbonati ed esporta i suoi prodotti in oltre 150 Paesi (fonte Wikipedia).
In continuo aggiornamento, ambiziosa e coraggiosa ha contribuito alla rivoluzione della tv, producendo alcune delle serie televisive più affascinanti controverse, dimostrando che spesso investire nelle nicchie porta più frutti di una scelta trasversale, sbiadita nei contenuti e politicamente corretta.
Famosa per le sue scelte graffianti, le immagini esplicite e le immancabili scene di sesso, la HBO è proprietaria di alcuni dei casi più clamorosi del nuovo panorama televisivo.
Tra le scelte più azzeccate e coraggiose posso solo sparare nel mucchio: Game of Thrones, Boardwalk Empire, The Pacific, True Blood, Entourage, Six Feet Under, I Soprano, Sex and the City...
I nomi e le cifre che girano attorno a queste si commentano da soli e spesso hanno aperto dei varchi nel settore, poi seguiti ed imitati in tutto il mondo.
Attori di prim'ordine, registi mitologici e produzione che farebbero impallidire Hollywood sono alcuni degli ingredienti di questi successi.
Il resto lo fa la cura per il dettaglio, l'abilità degli sceneggiatori evidentemente liberi di potersi muovere su ogni terreno senza particolari rischi di censure o limitazioni.
Tra gli ultimi arrivati in casa HBO c'è il meraviglioso True Detective, ennesima serie dalle tinte gialle che ritorna al passato, abbandonando gli sfarzi tecnologici di CSI e creando un nuovo modo di raccontare le cose.
Non commetterò atti di spoileraggio, ma tra le tante cose che rendono questa serie una vera perla (piuttosto angosciante) c'è sicuramente la scelta musicale che l'accompagna.
Ad aprire le danze, dalla sigla iniziale, la meravigliosa Far From Any Road dei The Handsome Family, talmente calzante da farne una custodia perfetta.
Questa emittente Americana conta ben 32 milioni di abbonati ed esporta i suoi prodotti in oltre 150 Paesi (fonte Wikipedia).
In continuo aggiornamento, ambiziosa e coraggiosa ha contribuito alla rivoluzione della tv, producendo alcune delle serie televisive più affascinanti controverse, dimostrando che spesso investire nelle nicchie porta più frutti di una scelta trasversale, sbiadita nei contenuti e politicamente corretta.
Famosa per le sue scelte graffianti, le immagini esplicite e le immancabili scene di sesso, la HBO è proprietaria di alcuni dei casi più clamorosi del nuovo panorama televisivo.
Tra le scelte più azzeccate e coraggiose posso solo sparare nel mucchio: Game of Thrones, Boardwalk Empire, The Pacific, True Blood, Entourage, Six Feet Under, I Soprano, Sex and the City...
I nomi e le cifre che girano attorno a queste si commentano da soli e spesso hanno aperto dei varchi nel settore, poi seguiti ed imitati in tutto il mondo.
Attori di prim'ordine, registi mitologici e produzione che farebbero impallidire Hollywood sono alcuni degli ingredienti di questi successi.
Il resto lo fa la cura per il dettaglio, l'abilità degli sceneggiatori evidentemente liberi di potersi muovere su ogni terreno senza particolari rischi di censure o limitazioni.
Tra gli ultimi arrivati in casa HBO c'è il meraviglioso True Detective, ennesima serie dalle tinte gialle che ritorna al passato, abbandonando gli sfarzi tecnologici di CSI e creando un nuovo modo di raccontare le cose.
Non commetterò atti di spoileraggio, ma tra le tante cose che rendono questa serie una vera perla (piuttosto angosciante) c'è sicuramente la scelta musicale che l'accompagna.
Ad aprire le danze, dalla sigla iniziale, la meravigliosa Far From Any Road dei The Handsome Family, talmente calzante da farne una custodia perfetta.
mercoledì 12 novembre 2014
Las Pozas
Esiste un paradiso in terra, progettato a misura del suo creatore che ha dedicato oltre quarant'anni della sua vita a renderlo reale, anzi surreale.
Edward James è stato un poeta mecenate inglese, ricco collezionista d'arte con la passione per il surrealismo, in ogni sua forma.
Alla fine degli anni '30 affrontò un viaggio in Messico, nella Foresta delle pozze, splendida e selvaggia località nei pressi di Xilitla. Folgorato dalla bellezza di questo posto, James decise di realizzare nella giungla messicana un progetto quantomai ambizioso, che lo portò per i successivi 30 anni, a finanziare la costruzione di opere bizzarre e poetiche, che non deturpassero l'ambiente ma lo rendessero surreale.
Capita così di imbattersi in strane strutture in cemento che ospitano fiori e piante, scalinate che non portano da nessuna parte, torri inaccessibili e ponti sul nulla.
Dopo la scomparsa del poeta, negli anni 80, il sito venne lasciato a se stesso, causa le troppe spese di manutenzione, lasciando che la giungla inghiottisse le opere disseminate nelle sue viscere.
Questo era anche stato previsto da James, la cui cura nelle costruzioni, prevedeva una comunione tra il mondo da lui creato e quello eterno della foresta.
Nel 2007 però, vennero stanziati fondi per il recupero delle opere, restituendo ai visitatori quel mondo incredibile che è diventato parte di Las Pozas, contribuendo così alla sua bellezza.
Nel 2008 la band australiana Empire of the Sun, scelsero questo luogo magico come set del loro video per la canzone We Are The People, omaggiando non solo Las Pozas ma anche il rito messicano per il Día de los Muertos.
Edward James è stato un poeta mecenate inglese, ricco collezionista d'arte con la passione per il surrealismo, in ogni sua forma.
Alla fine degli anni '30 affrontò un viaggio in Messico, nella Foresta delle pozze, splendida e selvaggia località nei pressi di Xilitla. Folgorato dalla bellezza di questo posto, James decise di realizzare nella giungla messicana un progetto quantomai ambizioso, che lo portò per i successivi 30 anni, a finanziare la costruzione di opere bizzarre e poetiche, che non deturpassero l'ambiente ma lo rendessero surreale.
Capita così di imbattersi in strane strutture in cemento che ospitano fiori e piante, scalinate che non portano da nessuna parte, torri inaccessibili e ponti sul nulla.
Dopo la scomparsa del poeta, negli anni 80, il sito venne lasciato a se stesso, causa le troppe spese di manutenzione, lasciando che la giungla inghiottisse le opere disseminate nelle sue viscere.
Questo era anche stato previsto da James, la cui cura nelle costruzioni, prevedeva una comunione tra il mondo da lui creato e quello eterno della foresta.
Nel 2007 però, vennero stanziati fondi per il recupero delle opere, restituendo ai visitatori quel mondo incredibile che è diventato parte di Las Pozas, contribuendo così alla sua bellezza.
Nel 2008 la band australiana Empire of the Sun, scelsero questo luogo magico come set del loro video per la canzone We Are The People, omaggiando non solo Las Pozas ma anche il rito messicano per il Día de los Muertos.
domenica 9 novembre 2014
La caduta del muro
Cade oggi il 25esimo anniversario dalla storica caduta del muro di Berlino, fatto che cambiò il mondo, dagli equilibri internazionali fin alla popolazione che nel giro di pochi metri era costretta a vivere in due società profondamente differenti.
Per celebrare questo giorno ho deciso di pubblicare questo sintetico ma essenziale video sulla storia del muro, accompagnato da un brano estratto dalla celebre esibizione di Roger Waters svoltasi pochi mesi dopo la caduta del muro.
Il concerto fu memorabile, trasmesso in tutto il mondo, con la partecipazione di tutti coloro che accettarono l'invito dell'ex bassista dei Pink Floyd, in questo caso accompagnato da Cyndi Lauper nella canzone The Wall... un caso? Non credo proprio! (cit.)
Per celebrare questo giorno ho deciso di pubblicare questo sintetico ma essenziale video sulla storia del muro, accompagnato da un brano estratto dalla celebre esibizione di Roger Waters svoltasi pochi mesi dopo la caduta del muro.
Il concerto fu memorabile, trasmesso in tutto il mondo, con la partecipazione di tutti coloro che accettarono l'invito dell'ex bassista dei Pink Floyd, in questo caso accompagnato da Cyndi Lauper nella canzone The Wall... un caso? Non credo proprio! (cit.)
giovedì 6 novembre 2014
Vent'anni fa..
A 14 anni ero già troppo grande per non capire ma ancora troppo piccolo per comprendere appieno quello che ci stava capitando attorno.
Ricordo quel sabato maledetto per tanti motivi, sentendo ancora quel senso di eccitazione misto a paura, tipico di chi, nel pieno dell'adolescenza, si trova davanti un mondo stravolto, un pericolo a cui il tuo corpo sa rispondere solo con una scarica di adrenalina.
Quel sabato sancì l'ultimo viaggio sul treno che da qualche mese ci portava a scuola a Bra, quello che ci faceva sentire fortunati per la comodità e la sicurezza che offriva, quello che per i successivi quattro anni ci condannò a levatacce all'alba e a percorsi estenuanti ogni santo giorno.
Quell'ultimo viaggio di ritorno fu lentissimo, anche se ammetto che la differenza tra percezione e ricordo è piuttosto sottile. Quello di cui sono certo è la quantità d'acqua che la ferrovia attraversava e che noi osservavamo con eccitazione passando da un finestrino all'altro.
Ricordo un senso di fastidio nel ritardo accumulato (dovevo consegnare la formazione del fantacalcio... beata leggerezza..), affiancato da un crescente sentimento di inquietudine per quelle scene mai viste prima, per le facce di quei passeggeri che affidavano ai loro occhi le uniche informazioni su quanto stava succedendo, completamente sprovvisti di quella finestra sul mondo che oggi i cellulari e interntet offrono.
Ricordo il pomeriggio piovoso e la telefonata di mio padre "prendi la telecamera che passa Paolo a prenderti, vuole filmare il Tanaro e tutta l'acqua che c'è in giro!".
Così nel giro di qualche minuto ci ritrovammo in macchina per le campagne Fariglianesi talmente cariche d'acqua che sembravano trasudarla.
Salimmo in collina ad immortalare il panorama sovrannaturale che si scorgeva dal Corsaletto, il mare d'acqua che si stendeva sotto l'Albarosa di Piozzo, i tronchi che l'acqua trasportava sotto i ponti come fossero rametti, a cercare quella che sarebbe stata l'ultima immagine del Navetto intatto, praticamente già irraggiungibile nel pomeriggio.
A 14 anni, come dicevo, avevo capito che la situazione era grave ma quello che comprendevo con maggior chiarezza era che quello era un sabato e che cascasse il mondo quella sera si usciva con gli amici.
I nostri programmi non cambiarono e ci trovammo come di rito a scegliere una casa che ci ospitasse per visionare l'ennesimo horror che settimanalmente arrivava in edicola e che a turno si comprava con devozione.
Ignoro quanto peso avesse avuto il maltempo sulle serate delle persone, ma le strade erano affollate, anche se meno del solito, e quando uscii in Piazza sembrava tutto nella norma, come sempre.
Purtroppo per i nostri piani i continui black-out elettrici ci costrinsero a rinunciare al film e visto che di tornare a casa non se parla proprio, a quell'età, nelle sere "in concessione genitoriale" tornammo in Piazza, che per Farigliano era ed è ancora il più importante (e unico) punto di ritrovo.
Ricordo l'affollamento dei bar e una strana atmosfera per essere una notte di novembre, troppa gente al di fuori dei locali e uno strano via vai verso il fiume, gruppi di persone che si dirigevano a piedi verso l'ingresso del paese, facilitati da una sinistra carenza di traffico.
Spinti dalla curiosità e felici di avere un'alternativa al girovagare senza una meta, ci mettemmo in cammino seguendo chi ci precedeva, immersi in un silenzio da processione che passo dopo passo veniva divorato un rumore ancor più inquietante, una sorta di boato... la voce del Tanaro.
A questo punto i ricordi sbiadiscono e mi resta solo qualche fotogramma senza una sequenza temporale, senza una corretta linea logica.
Ricordo i Carabinieri che illuminavano il ponte e l'acqua che lo scavalcava, ricordo le luci delle Calciniera e quelle della Cantonata al di la del mostro, ricordo le facce terrorizzate e le mille domante che serpeggiavano tra i presenti.
La cognizione di quello che stava accadendo era ostacolata dal buio, svelata a tratti dalle luci dei fari e delle torce, il disastro si intuiva, si sentiva ed era impressionante.
Non so per quanto rimanemmo li, ma quanto tornai a casa il senso di inquietudine era palpabile, tanto da non riuscire a prendere sonno, con il pensiero al mattino dopo, appuntamento alle 8, telecamera alla mano per vedere cos'era successo.
Quanto vedemmo la domenica mattina non lo dimenticherò mai, come tutti d'altronde, ma come dicevo è la visione di un ragazzo di 14 anni che conservo nei miei ricordi e nei filmati che riuscii a girare.
Dei giorni successivi ricordo il dolore e la solidarietà di una popolazione che non si è mai arresa, che si è rimboccata le maniche senza pretendere l'aiuto di nessuno, incapace di piangersi addosso perchè non se concedeva il tempo: bisognava rialzarsi.
L'ultimo pensiero riguarda una canzone che mi gira in testa da quando ho iniziato a scrivere, non so se l'ascoltai quel giorno, di certo era un successo di quegli anni, ma quando penso al novembre del 94 rispunta assieme ai ricordi e li accompagna con quel suo sapore di speranza.
Ricordo quel sabato maledetto per tanti motivi, sentendo ancora quel senso di eccitazione misto a paura, tipico di chi, nel pieno dell'adolescenza, si trova davanti un mondo stravolto, un pericolo a cui il tuo corpo sa rispondere solo con una scarica di adrenalina.
Quel sabato sancì l'ultimo viaggio sul treno che da qualche mese ci portava a scuola a Bra, quello che ci faceva sentire fortunati per la comodità e la sicurezza che offriva, quello che per i successivi quattro anni ci condannò a levatacce all'alba e a percorsi estenuanti ogni santo giorno.
Quell'ultimo viaggio di ritorno fu lentissimo, anche se ammetto che la differenza tra percezione e ricordo è piuttosto sottile. Quello di cui sono certo è la quantità d'acqua che la ferrovia attraversava e che noi osservavamo con eccitazione passando da un finestrino all'altro.
Ricordo un senso di fastidio nel ritardo accumulato (dovevo consegnare la formazione del fantacalcio... beata leggerezza..), affiancato da un crescente sentimento di inquietudine per quelle scene mai viste prima, per le facce di quei passeggeri che affidavano ai loro occhi le uniche informazioni su quanto stava succedendo, completamente sprovvisti di quella finestra sul mondo che oggi i cellulari e interntet offrono.
Ricordo il pomeriggio piovoso e la telefonata di mio padre "prendi la telecamera che passa Paolo a prenderti, vuole filmare il Tanaro e tutta l'acqua che c'è in giro!".
Così nel giro di qualche minuto ci ritrovammo in macchina per le campagne Fariglianesi talmente cariche d'acqua che sembravano trasudarla.
Salimmo in collina ad immortalare il panorama sovrannaturale che si scorgeva dal Corsaletto, il mare d'acqua che si stendeva sotto l'Albarosa di Piozzo, i tronchi che l'acqua trasportava sotto i ponti come fossero rametti, a cercare quella che sarebbe stata l'ultima immagine del Navetto intatto, praticamente già irraggiungibile nel pomeriggio.
A 14 anni, come dicevo, avevo capito che la situazione era grave ma quello che comprendevo con maggior chiarezza era che quello era un sabato e che cascasse il mondo quella sera si usciva con gli amici.
I nostri programmi non cambiarono e ci trovammo come di rito a scegliere una casa che ci ospitasse per visionare l'ennesimo horror che settimanalmente arrivava in edicola e che a turno si comprava con devozione.
Ignoro quanto peso avesse avuto il maltempo sulle serate delle persone, ma le strade erano affollate, anche se meno del solito, e quando uscii in Piazza sembrava tutto nella norma, come sempre.
Purtroppo per i nostri piani i continui black-out elettrici ci costrinsero a rinunciare al film e visto che di tornare a casa non se parla proprio, a quell'età, nelle sere "in concessione genitoriale" tornammo in Piazza, che per Farigliano era ed è ancora il più importante (e unico) punto di ritrovo.
Ricordo l'affollamento dei bar e una strana atmosfera per essere una notte di novembre, troppa gente al di fuori dei locali e uno strano via vai verso il fiume, gruppi di persone che si dirigevano a piedi verso l'ingresso del paese, facilitati da una sinistra carenza di traffico.
Spinti dalla curiosità e felici di avere un'alternativa al girovagare senza una meta, ci mettemmo in cammino seguendo chi ci precedeva, immersi in un silenzio da processione che passo dopo passo veniva divorato un rumore ancor più inquietante, una sorta di boato... la voce del Tanaro.
A questo punto i ricordi sbiadiscono e mi resta solo qualche fotogramma senza una sequenza temporale, senza una corretta linea logica.
Ricordo i Carabinieri che illuminavano il ponte e l'acqua che lo scavalcava, ricordo le luci delle Calciniera e quelle della Cantonata al di la del mostro, ricordo le facce terrorizzate e le mille domante che serpeggiavano tra i presenti.
La cognizione di quello che stava accadendo era ostacolata dal buio, svelata a tratti dalle luci dei fari e delle torce, il disastro si intuiva, si sentiva ed era impressionante.
Non so per quanto rimanemmo li, ma quanto tornai a casa il senso di inquietudine era palpabile, tanto da non riuscire a prendere sonno, con il pensiero al mattino dopo, appuntamento alle 8, telecamera alla mano per vedere cos'era successo.
Quanto vedemmo la domenica mattina non lo dimenticherò mai, come tutti d'altronde, ma come dicevo è la visione di un ragazzo di 14 anni che conservo nei miei ricordi e nei filmati che riuscii a girare.
Dei giorni successivi ricordo il dolore e la solidarietà di una popolazione che non si è mai arresa, che si è rimboccata le maniche senza pretendere l'aiuto di nessuno, incapace di piangersi addosso perchè non se concedeva il tempo: bisognava rialzarsi.
L'ultimo pensiero riguarda una canzone che mi gira in testa da quando ho iniziato a scrivere, non so se l'ascoltai quel giorno, di certo era un successo di quegli anni, ma quando penso al novembre del 94 rispunta assieme ai ricordi e li accompagna con quel suo sapore di speranza.
martedì 4 novembre 2014
Cari giudici...
Cari giudici ammetto la mia colpevolezza, ammetto le mie colpe e ammetto il mio disaccordo, non tanto verse le vostre scelte ma verso le vostre figure.
Cari giudici non tenterò di difendere la mia idea di fronte alle vostre sentenze, ne prendo atto anche se ammetto di non avere alcun rispetto per il modo in cui i vostri giudizi vengono rigettati.
Cari giudici, non vorrei però che cadeste in errore, fraintendedo il mio atto di confessione.
Innanzitutto non mi rivolgo a voi Giudici di Tribunali, Corti o Cassazione, a voi non posso rimproverare nulla se non alcune leggerezze nelle dichiarazioni o la volontà di difendere alcuni privilegi a cui vi aggrappate avidamente. Non posso farlo perché non ne ho le capacità, dovrei minare il mio credo nella Giustizia e nei meccanismi che la nostra Costituzione prevede per difendere la vostra indipendenza e il vostro sacrosanto valore nella nostra società.
Cari Giudici dalla "G" maiuscola, per il poco che lo studio del Diritto mi ha lasciato in affido ho infinito rispetto nel vostro lavoro, comprendo la difficoltà dei vostri percorsi all'interno delle selvagge lande della legislatura Italiana, spesso affiancati da avvocati il cui scopo e indirizzarvi verso la loro causa, sfruttando ogni debolezza e lacuna che il nostro diritto offre, facendo giustamente (o forse no?) l'interesse del proprio assistito.
Non sono un ipocrita e non mi scandalizzo delle vostre retribuzioni, provando solo ad immaginare quanto sia pesante per la propria coscienza trovarsi a decidere del futuro di una persona, vincolati al rispetto di normative a volte troppo asfissianti e a volte troppo lascive.
Capisco il vostro senso di soffocamento nel ritrovarsi spesso schiacciati tra il rispetto del diritto e le pressioni dell'opinione pubblica, accetto le vostre conflittualità, rispetto le vostre conoscenze e ammiro la devozione dei vostri studi. Quando non condivido le vostre decisioni ho sempre cercato di comprenderle, scoprendo la maggior parte delle volte che si trattava di decisioni legittime, nel pieno rispetto o obbligo della legge, questa si a volte opinabile.
Cari Giudici non mi rivolgo a voi, le cui contraddizioni e debolezze fanno parte di un sistema senza il quale varrebbe la legge del più forte e regnerebbe un'anarchia cara solo a chi persegue una visione troppo utopica del mondo. Cari Giudici su di voi investiamo la fiducia di una società che se tradita subirebbe da voi il più grande e vile dei torti, perché a voi spetta il compito più importante: far rispettare le regole che tutelano la nostra vita.
Mi rivolgo invece a voi giudici dalla "g" minuscola, a voi dichiaro la mia colpevolezza!
Cari giudici, dunque, un tempo relegati alle piazze e ai bar, armati dei vostri giornali quasi sempre di parte o almeno simpatizzanti dalle vostre opinioni, forti della vostra saccenza e della povertà intellettuale altrui, a voi ammetto le mie responsabilità.
Cari giudici, oggi imbonitori da social network, che dall'alto dei vostri trespoli virtuali vi arrogate il diritto di esprimere giudizi come fossero verità... perdonatemi.
Scusate la mia scarsa opinione di voi, della vostra capacità di giudizio avvalorata frequentemente da un'immagine e da un grumo di parole che la incorniciano, in un link condiviso in tutta fretta, a cui affidate buona parte della vostra informazione, non per pigrizia, ma perché vedete superfluo cercare un opinione diversa o mettere in discussione il vostro sito o credo preferito.
Mi scuso per non riuscire a condividere la vostra smania di esaltarvi di fronte alle notizie che colpiscono i vostri nemici o che esaltano i vostri pensieri, inveendo invece su quelle contrarie, tacciando i loro autori di complottismo e ricorrendo all'insulto come forma di contestazione.
Cari giudici, la cui opinione è sempre verità, accetto gli insulti che affibbiate a chi non la pensa come voi, a chi mette in dubbio la vostra morale talmente coerente da sembrare una farsa, non mi lamento nel vedere quanto vorreste le vostre idee imposte su chi è in disaccordo, avvicinando il vostro modo di fare, pregno di intransigenza, arroganza e presunzione, ai nemici che più combattete, estremisti quanto voi.
Cari giudici mi affido alla vostra mancanza di clemenza, certo di un giudizio severo ed obbligato, magari appoggiato da chi la pensa come voi oppure osteggiato con lo stesso impeto da chi è giudice quanto voi ma dalla parte opposta.
Vi chiederei di tentare di essere più obiettivi, di provare a non bollare un'opinione diversa come merda ma anzi, a cercare di capirne la logica, per aprire il vostro pensiero e magari scoprirvi più tolleranti e saggi.
Certo il rischio di cadere in contraddizione è evidente ed è tangibile quello di potersi sbagliare e doversi addirittura scusare, magari rivedendo le proprie aspirazioni fino a minare i propri ideali.
Questa sensazione potrebbe farvi sentire deboli, spesso in accordo con personaggi dal dubbio profilo, ma capireste anche che condividere un pensiero non significa nulla di più del suo senso stretto.
Potreste ritrovarvi ad apprezzare altri aspetti di questa vita, magari sentendovi più liberi di quanto lo crediate oggi, aggrappati ai vostri pensieri da difendere a tutti i costi, prigionieri delle vostre maschere che vi impongono un solo punto di vista, incatenati alle voci che scegliete di ascoltare.
Questo vi rende nervosi e perennemente in allerta nel difendervi dal pensiero altrui, convinti che anche per gli altri valga lo stesso, confinati in un mondo di battaglie ideologiche su ci vi ergete come portatori di verità assolute.
Cari giudici, ecco perché mi costituisco, perché per me questo non vale, perché lo trovo stupido e nell'ammetterlo di fronte al vostro delirio di onnipotenza non posso far altro che dichiararmi colpevole.
Cari giudici non tenterò di difendere la mia idea di fronte alle vostre sentenze, ne prendo atto anche se ammetto di non avere alcun rispetto per il modo in cui i vostri giudizi vengono rigettati.
Cari giudici, non vorrei però che cadeste in errore, fraintendedo il mio atto di confessione.
Innanzitutto non mi rivolgo a voi Giudici di Tribunali, Corti o Cassazione, a voi non posso rimproverare nulla se non alcune leggerezze nelle dichiarazioni o la volontà di difendere alcuni privilegi a cui vi aggrappate avidamente. Non posso farlo perché non ne ho le capacità, dovrei minare il mio credo nella Giustizia e nei meccanismi che la nostra Costituzione prevede per difendere la vostra indipendenza e il vostro sacrosanto valore nella nostra società.
Cari Giudici dalla "G" maiuscola, per il poco che lo studio del Diritto mi ha lasciato in affido ho infinito rispetto nel vostro lavoro, comprendo la difficoltà dei vostri percorsi all'interno delle selvagge lande della legislatura Italiana, spesso affiancati da avvocati il cui scopo e indirizzarvi verso la loro causa, sfruttando ogni debolezza e lacuna che il nostro diritto offre, facendo giustamente (o forse no?) l'interesse del proprio assistito.
Non sono un ipocrita e non mi scandalizzo delle vostre retribuzioni, provando solo ad immaginare quanto sia pesante per la propria coscienza trovarsi a decidere del futuro di una persona, vincolati al rispetto di normative a volte troppo asfissianti e a volte troppo lascive.
Capisco il vostro senso di soffocamento nel ritrovarsi spesso schiacciati tra il rispetto del diritto e le pressioni dell'opinione pubblica, accetto le vostre conflittualità, rispetto le vostre conoscenze e ammiro la devozione dei vostri studi. Quando non condivido le vostre decisioni ho sempre cercato di comprenderle, scoprendo la maggior parte delle volte che si trattava di decisioni legittime, nel pieno rispetto o obbligo della legge, questa si a volte opinabile.
Cari Giudici non mi rivolgo a voi, le cui contraddizioni e debolezze fanno parte di un sistema senza il quale varrebbe la legge del più forte e regnerebbe un'anarchia cara solo a chi persegue una visione troppo utopica del mondo. Cari Giudici su di voi investiamo la fiducia di una società che se tradita subirebbe da voi il più grande e vile dei torti, perché a voi spetta il compito più importante: far rispettare le regole che tutelano la nostra vita.
Mi rivolgo invece a voi giudici dalla "g" minuscola, a voi dichiaro la mia colpevolezza!
Cari giudici, dunque, un tempo relegati alle piazze e ai bar, armati dei vostri giornali quasi sempre di parte o almeno simpatizzanti dalle vostre opinioni, forti della vostra saccenza e della povertà intellettuale altrui, a voi ammetto le mie responsabilità.
Cari giudici, oggi imbonitori da social network, che dall'alto dei vostri trespoli virtuali vi arrogate il diritto di esprimere giudizi come fossero verità... perdonatemi.
Scusate la mia scarsa opinione di voi, della vostra capacità di giudizio avvalorata frequentemente da un'immagine e da un grumo di parole che la incorniciano, in un link condiviso in tutta fretta, a cui affidate buona parte della vostra informazione, non per pigrizia, ma perché vedete superfluo cercare un opinione diversa o mettere in discussione il vostro sito o credo preferito.
Mi scuso per non riuscire a condividere la vostra smania di esaltarvi di fronte alle notizie che colpiscono i vostri nemici o che esaltano i vostri pensieri, inveendo invece su quelle contrarie, tacciando i loro autori di complottismo e ricorrendo all'insulto come forma di contestazione.
Cari giudici, la cui opinione è sempre verità, accetto gli insulti che affibbiate a chi non la pensa come voi, a chi mette in dubbio la vostra morale talmente coerente da sembrare una farsa, non mi lamento nel vedere quanto vorreste le vostre idee imposte su chi è in disaccordo, avvicinando il vostro modo di fare, pregno di intransigenza, arroganza e presunzione, ai nemici che più combattete, estremisti quanto voi.
Cari giudici mi affido alla vostra mancanza di clemenza, certo di un giudizio severo ed obbligato, magari appoggiato da chi la pensa come voi oppure osteggiato con lo stesso impeto da chi è giudice quanto voi ma dalla parte opposta.
Vi chiederei di tentare di essere più obiettivi, di provare a non bollare un'opinione diversa come merda ma anzi, a cercare di capirne la logica, per aprire il vostro pensiero e magari scoprirvi più tolleranti e saggi.
Certo il rischio di cadere in contraddizione è evidente ed è tangibile quello di potersi sbagliare e doversi addirittura scusare, magari rivedendo le proprie aspirazioni fino a minare i propri ideali.
Questa sensazione potrebbe farvi sentire deboli, spesso in accordo con personaggi dal dubbio profilo, ma capireste anche che condividere un pensiero non significa nulla di più del suo senso stretto.
Potreste ritrovarvi ad apprezzare altri aspetti di questa vita, magari sentendovi più liberi di quanto lo crediate oggi, aggrappati ai vostri pensieri da difendere a tutti i costi, prigionieri delle vostre maschere che vi impongono un solo punto di vista, incatenati alle voci che scegliete di ascoltare.
Questo vi rende nervosi e perennemente in allerta nel difendervi dal pensiero altrui, convinti che anche per gli altri valga lo stesso, confinati in un mondo di battaglie ideologiche su ci vi ergete come portatori di verità assolute.
Cari giudici, ecco perché mi costituisco, perché per me questo non vale, perché lo trovo stupido e nell'ammetterlo di fronte al vostro delirio di onnipotenza non posso far altro che dichiararmi colpevole.
domenica 2 novembre 2014
Smile
Si chiama Smile ed è stato pubblicato nei mesi scorsi.
Si tratta di uno dei brani contenuti nel disco Eros, mai pubblicato dai Deftones, ultimato quando il bassista Chi Cheng ebbe l'incidente che lo portò alla morte e abbandonato in un limbo fatto di grande dolore e rispetto per il musicista.
Dopo quasi un anno dalla scomparsa di Cheng, gli stessi Deftones tornano a parlare di questo disco sospeso, diffondendo questo pezzo, ci si augura, come preludio della pubblicazione.
Si tratta di uno dei brani contenuti nel disco Eros, mai pubblicato dai Deftones, ultimato quando il bassista Chi Cheng ebbe l'incidente che lo portò alla morte e abbandonato in un limbo fatto di grande dolore e rispetto per il musicista.
Dopo quasi un anno dalla scomparsa di Cheng, gli stessi Deftones tornano a parlare di questo disco sospeso, diffondendo questo pezzo, ci si augura, come preludio della pubblicazione.
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